Archive for 18 agosto 2011


Quello che state per leggere è l’inizio del decimo ed ultimo capitolo del mio romanzo Silenziosa(mente), auto-pubblicato l’anno scorso. Quasi ogni capitolo si apre con un sogno ricorrente del protagonista, Cappa, un giornalista musicale con una forte ossessione che lo perseguita notte e giorno. Questa volta il sogno, che inizia sempre nello stesso modo, svolta bruscamente estromettendone l’autore e dando vita ad un concerto  straordinario con 22 musicisti e un barista, musicista anch’esso, tutti accomunati da un elemento specifico: sono inesorabilmente morti. I ventitré musicisti sono riconoscibili più o meno facilmente dalla descrizione fornita. Perciò vorrei lanciare una sfida ai musicisti vivi e agli appassionati di musica: al primo che riconosce tutti i musicisti morti che danno vita a questo concerto straordinario regalerò una copia del mio libro. Per farlo dovete iscrivervi al gruppo di facebook che ho all’uopo predisposto (non spaventatevi per l’uopo, anche se avete il colesterolo alto non vi fa male). Per evitare confusione – è chiaro che Sonny è Rollins e, comunque, è vivo, mentre Max è Roach ed è morto, ma non conta  –  l’operazione “riconoscimento” inizia nel punto in cui Sonny allontana l’ancia dalla bocca e la nota risuona ugualmente.

A voi, ora…..

                                                                       CAPITOLO 10

Lunedì, 12 novembre 2012

Al trentaduesimo chorus di St. Thomas, Sonny è fresco come uno sherpa nepalese, il mantice dei suoi polmoni pompa nel sax tenore colonne d’aria spesse come piombo, mentre noi arranchiamo sul tempo troppo veloce che Max ha staccato. Sonny conclude portando la frase su un sovracuto lunghissimo, usando la respirazione circolare, ma su quella nota la spinta deve essere fortissima e non so per quanto tempo ancora ce la farà, ma…..vedo che allontana l’ancia dalla bocca eppure la nota continua a risuonare, come se fosse stata campionata…no, ecco un ombra scura che si avvicina dalle quinte a lenti passi, ha uno strumento in mano, lungo, dritto, luccicante, ottone, tasti, chiavi, si apre leggermente a campana in fondo, un sax soprano, lo suona un signore nero, in camicia bianca e completo grigio scuro, una faccia vagamente familiare, capelli crespi cortissimi, preme forte le labbra sull’imboccatura, muove veloci le dita, una cortina di suono lo avvolge e lo esalta, comincia ad elevarsi, si ferma a mezz’aria e continua il suo solo, che ormai ha raggiunto sonorità cosmiche, mentre la sezione ritmica, di sotto, è come impazzita; in sottofondo si avverte una frequenza bassa in movimento, una specie di rombo, meglio, un ringhio, che si fa sempre più forte, sino a divenire un ruggito, un’altra figura avanza, seminascosta da una nebbia viola, imbraccia una chitarra elettrica, bianca la cassa, bianco il manico, lui è nero, anche se i tratti somatici non sono esattamente africani, c’è qualcosa in più e di diverso, una criniera di capelli ricci, baffi radi e pizzetto, gilet ricamato in oro, camicia con maniche larghe a sbuffo arrotolate agli avambracci, pantaloni di raso strettissimi in vita e scampanati in fondo, fascia attorno alla fronte, con la Stratocaster riprende il tema di St. Thomas e lo fa zompare da un’ottava all’altra tra larsen lancinanti, colpi di leva, bending sulle corde al limite dello strappo, corse della mano destra sul manico, mentre con l’altra agita le dita in gesti osceni, la lingua saetta fuori dalla bocca, lo sguardo spiritato, anche lui dopo qualche minuto levita e si mette accanto al sassofonista; sigaretta infilzata sulla paletta della Gibson SG a tracolla, bacchetta da direttore d’orchestra nella mano destra, una bambola gonfiabile tenuta per il collo in quella sinistra, un uomo baffuto, con un grosso naso leggermente adunco, il mento, appena sotto il labbro, occupato da un pizzetto nero e squadrato, si mette a dirigere il gruppo con gesti convulsi, ma precisi, ottenendo effetti sonori parossistici, poi afferra il plettro che aveva tenuto fino a quel momento tra i denti, conferendogli un sorriso sadico e perverso e attacca un assolo acidissimo, reso ancor più caustico dal sapiente uso del pedale wah-wah, sul quale agisce istericamente; non levita, si siede su uno sgabello in un angolo, ma sempre in vista del pubblico; intanto la ritmica ha modellato uno shuffle sul quale danza un nuovo suono, è acuto, leggermente saturo, è una chitarra elettrica, non c’è dubbio, la intravedo, è una Les Paul Sunburst, suono possente, tecnica slide e, infatti, ecco un uomo alto, capelli lunghi biondi, due basettoni foltissimi che si uniscono ai baffoni spioventi, il bottle-neck all’anulare, la mano scivola veloce sul manico, le posizioni sono di una precisione millimetrica, mentre svisa su un vecchio blues di Blind Will McTell, anche lui prende posto accanto agli altri; ormai il palco è una bolgia, ma si è anche miracolosamente ampliato per ospitare tutti: c’è un signore nero piuttosto corpulento, cappello in testa e occhi da matto, che balla attorno al mio pianoforte e ogni tanto appoggia a sorpresa degli accordi sbilenchi, ma di una bellezza da incanto; nel frattempo sono entrati un ciccione dallo sguardo truce con contrabbasso in spalla e uno spilungone con un lungo pizzetto che gli appuntisce il mento, armato di clarinetto basso, che battibeccano con gli strumenti e sembrano due comari; in mezzo al palco c’è un ragazzone coi capelli lisci e lunghissimi come le sue dita, che imbraccia un basso Fender fretless e arpeggia come un demonio; accanto a lui balla un nero con la criniera afro, come si usava negli anni sessanta, al collo una cinghia, che sostiene una vecchia tastiera Honer, dalla quale spreme un suono di clavinet accompagnato da una ritmica rovente e funky; e poi degli altri tipi strani: un trombettista suona uno strumento che sembra un giocattolo tanto è piccolo, un altro soffia in una tromba tutta storta, con la campana rivolta all’insù, accanto a lui un sax contralto dallo sguardo triste e le dita fulminee; in quel mentre, lento e solenne fa il suo ingresso un principe nero, giacca di pelle dal disegno orientale, occhiali grossi e scuri, capelli ondulati e lunghi sul collo, ma non sembrano i suoi. Pare non dare retta a nessuno, ma osserva tutti e pretende che tutti osservino lui. Si piega in due e, da una tromba rossa e luccicante, spara una raffica di note che fanno il silenzio intorno, fino a che non saetta lo sguardo verso il fondo del palco, dove basso e batteria terrorizzati staccano un tempo micidiale, allora il principe annuisce e alza la tromba verso il pubblico, “rantolando” qualcosa al microfonino agganciato al bordo della campana, che nessuno comprende; sento toccarmi la spalla ed è un signore cortese, nobile d’aspetto, che mi chiede gentilmente se gli cedo il posto al piano, lui in cambio mi consegna un biglietto del treno, dice che porta dritto ad Harlem, si siede e suona un blues in do, subito raggiunto da un altro, con un sorriso enorme, che, roteando gli occhi, imbocca la cornetta e inizia ad improvvisare su una tessitura altissima; volto lo sguardo e vedo schierata una fila di cantanti sul proscenio: ce n’è una con gli occhiali che prorompe in uno scat irto di citazioni, un’altra, in sovrappeso, con la voce da contralto, che gorgheggia sentimentalmente su e giù per le scale, una terza, pallidissima, un’orchidea tra i capelli, rivolta al suo tenorista di fiducia, canta di alberi da frutta del sud; una ragazza bianca, occhi sottili e occhiali rosa, strilla con voce alla carta vetrata che “è estate!”, ma non ne sembra felicissima; le risponde un giovanotto con la barba, lo sguardo tenebroso e un giubbotto di pelle di lucertola, che mormora “questa è la fine”, mentre un ragazzo malinconico, capelli biondi a caschetto, arpeggia una scala araba alla chitarra e farfuglia qualcosa su una porta rossa dipinta di nero; io osservo la scena ormai dalle quinte, il mio posto al pianoforte l’ho ceduto volentieri al Duca ferroviere. Scendo pochi gradini e mi ritrovo nel parterre dove tutto è immobile: il pubblico ha l’aspetto di quei cartonati che si trovano davanti alle pizzerie o i kebab, dove un signore dal sorriso improbabile ti offre una quattro stagioni o un cosciotto d’agnello abilmente affettato e sgrassato. La gente, cristallizzata nell’istante in cui si era resa conto che stava assistendo ad uno spettacolo-fantasma, mostrava un’espressione tra il piacevolmente sorpreso e il profondamente terrorizzato: erano pur sempre personaggi celeberrimi, ma anche inesorabilmente defunti quelli sul palco, quindi era abbastanza difficile che avessero con sé ancora la carne attorno alle ossa per reggersi in piedi e il soffio vitale per esprimersi con i loro strumenti. Io mi sentivo escluso da tutto: quella musica che mi era sembrata la ragione di vita, di tutta la vita, ora mi respingeva, mi chiedeva di togliere il disturbo e lo faceva attraverso alcuni dei miei eroi ormai passati ad altra dimensione, dove i contratti non si firmano, le serate non si fissano, i compensi non si concordano, perché non ci sono contratti, né serate, né compensi, ma un’unica vibrazione sonora costante e universale, che assume, di volta in volta, i connotati desiderati. Perciò chiunque, in sintonia con quella vibrazione, vi può intervenire e  modularla secondo la propria sensibilità e gusto. Non c’è giudizio, non c’è critica, non c’è analisi, ma solo il piacere di goderne. Ecco perché quel mondo ormai mi respingeva. Armato di bisturi, pinze, scalpelli, divaricatori, per troppi anni avevo vivisezionato l’organismo pulsante della musica, che ora si vendicava cacciandomi dal sogno, negandomi il piacere dell’abbandono ad una linea melodica struggente, allontanandomi dall’emozione di farmi avviluppare dalle spire di un’orchestra sinfonica, inibendo la commozione che un tempo mi serrava la gola ascoltando un coro gospel. Tutto finito, esaurito, chiuso, inaridito, bruciato. Non cresce più un germoglio in quel campo che un tempo era rigoglioso. Ogni pianta è estirpata, sradicata, divelta, essiccata, disidratata, sbriciolata. Mi brucia anche la gola. Mi dirigo verso il bancone, il barista mi volta le spalle, gli chiedo una birra gelata, si gira di scatto ed ha una parrucca settecentesca, il viso giovane, un vestito in broccato rosso, il sorriso sardonico e deformato da un paio di piercing sulle labbra e attraverso le sopracciglia. Ha in mano una bottiglia che mi offre chiedendo, con accento teutonico: “Non preferisce ein kalice ti Marzemino, bitte?” O fuole zentire come zi esegve die Zonata in To K545 kome zi tefe, jaaa?” Faccio un salto indietro per lo sconcerto, inciampo nello sgabello alle mie spalle e sto per cadere , aaaahhhh…

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…che poi, salire in cima alla Paganella a 2125 metri è un scherzo, lo fanno anche le famiglie con i bambini, soprattutto se sei già sull’altipiano a circa mille metri. Ti manca solo un dislivello di un chilometro o poco più. Certo che una parete verticale lunga un chilometro è altissima se la guardi dal basso. Per percorrere a piedi un chilometro orizzontale ci vogliono circa quindici minuti, ma verticale e senza essere l’uomo ragno? Non ho dovuto chiedermelo a lungo, perché c’era la cabinovia, che mi ha portato quasi in cima. Facile no? Già, ma l’ultimo tratto, quello più ripido e infido? In seggiovia, naturalmente, una meravigliosa seggiovia a quattro posti, con il cancelletto che scende per consentirti di appoggiare gli sci ed evitarti, per quanto possibile, una discesa verticale lungo una pista né rossa, né nera, ma trasparente, l’aria appunto, fino alla prima abetaia, ma dotata anche di guscio in plexiglass, per i paurosi  come il sottoscritto, che avvertono l’attrazione-terrore del vuoto e si sentono più sicuri al chiuso. Solo che dopo pochi istanti, il plexiglass contro sole trasforma la seggiovia in sauna, col rischio di arrivare in cima arrostiti come salamelle. Salvati dal barbecue, eccoci sulla vetta. Lo so, sono discorsi da cittadino che trascorre 340 giorni all’anno tra cemento e asfalto e pretende di giudicare le abitudini montanare. D’altra parte, cabinovie e seggiovie sono state installate proprio per noi cittadini senza gambe e non per il valligiani o gli altipianisti (che non sono dei Keith Jarrett stirati e allungati) che solitamente vanno piedi o viaggiano su enormi jeep e rottami di pick-up.
Comunque, in cima ci siamo ed è proprio la vetta, mi sono assicurato, perché la Paganella non di quei monti ingannevoli che, quando arrivi in cima, c’è sempre un pezzetto in più che non si può raggiungere, un dente di roccia sul quale va soltanto Messner, (c’è il posto prenotato col suo nome) perché tutti gli altri rischiano di volare di sotto dopo la fatica della scalata fino a lì. La Paganella ha la cima tonda, abbastanza ampia da poterci organizzare una partita di calcetto. Basta portarsi un sufficiente numero di palloni e non esagerare nei falli laterali. La prima scoperta interessante è che più sali in quota, più aumentano i prezzi: il caffè al rifugio costa 1,30€ egli altri prodotti di conseguenza. Ne approfittano, perché quando sei lì, non puoi dire “allora vado in un altro bar”, perché è almeno millecentometri più sotto. Certo, in parapendìo o con un buon paracadute….
Il problema ora è scendere: da cittadini coraggiosi abbiamo deciso di farcela a piedi, scegliendo bel un sentiero panoramico con vista sulle dolomiti del Brenta. In effetti lo spettacolo vale la fatica e non ci pentiamo della scelta: la bellezza della Natura ci investe e ci travolge, lasciandoci incantati e anche un po’ sudati, perché il sole “picchia”. Sono contento, perché il mio ginocchio sinistro non si è ancora fatto sentire. Non faccio a tempo a pensarlo, che comincio a sentire qualche tensione attorno alla rotula. Mi sono portato la ginocchiera apposta. Me la infilo, ma l’effetto non dura a lungo. Dopo qualche minuto ecco che ricomincia a farmi male. Va be’, dico, ho due ginocchia, carico di più sul destro, camminerò un po’ storto, ma arriverò in fondo. Dopo un po’, anche il ginocchio destro, per il super-lavoro, dopo essersi accollato quello del sinistro, comincia a dolere. Ad un certo punto, qualche tratto di sentiero lo percorro a marcia indietro (il dolore, infatti, si sente solo in discesa), sembro scemo, ma almeno non fa male. Mi era già accaduto qualche anno fa, ero stato dal medico, ma i tempi d’intervento della sanità non mi hanno mai concesso di sapere cosa stia succedendo alle mie giunture inferiori, poiché quando raggiungevo finalmente un macchinario per la risonanza magnetica, il dolore era sparito da un pezzo e l’esame risultava negativo. È come quando porti la macchina dal meccanico perché senti un rumore strano: quando sei lì il rumore è sparito e il meccanico ti guarda come un cretino. Dovrei portarmi l’ortopedico in montagna per un paio di settimane, ma mi costerebbe troppo. Mi tengo il male. Finalmente giù, un tratto pianeggiante dà sollievo alle articolazioni. È ancora pieno giorno, ma ho visto tre o quattro costellazioni. W le Dolomiti!