Una delle poche certezze che ho è di non avere certezze. Dica la verità soltanto la verità e nient’altro che la verità. Abbiamo sentito migliaia di volte questa formula nei film americani e guardavamo apprensivi questi personaggi in bianco e nero con mano sulla bibbia, aspettandoci rivelazioni sconvolgenti e, si sperava, risolutive per la vicenda che ci incollava alla poltrona. Quante volte abbiamo scrutato i volti di questi attori per capire se dicevano la verità o mentivano spudoratamente. Poi arrivava il Perry Mason di turno che confortava o demoliva la deposizione, talvolta palesemente bugiarda, altre volte falsata dal ricordo invecchiato o dalla memoria fallace o, ancora, dall’osservazione parziale e incompleta del fatto. La verità è un concetto solo apparentemente assoluto. Per sapere la verità bisognerebbe essere qui e ovunque, vedere e sentire ogni cosa, a destra e a sinistra, davanti e dietro, sopra e sotto e dentro. La verità è un insieme di punti di vista.
Ieri sera, finestre aperte per il caldo, nonostante l’acquazzone che ha aumentato solo il tasso di umidità, in luogo della solita ragazza alta e mora, discreta e silenziosa, che batte sul marciapiede di fronte, si dimena una strana figura, si presume femminile, ma ho qualche dubbio, vestita di un miniabito turchese che, ad ogni auto che passa, viene regolarmente alzato per mostrare i prodotti in vendita. È comica, grottesca: ad un certo punto “cavalca” sul paletto d’acciaio anti-parcheggio, per rendere più spinta l’esibizione. Dopo un po’ mi riaffaccio e la pole-dancer non c’è più. Penso: l’avrà caricata qualcuno e se la sarà portata via per uno show privato. Guardo un po’ più in là e noto due figure maschili, vicine tra loro, molto vicine, quasi troppo. I loro volti quasi si toccano, ma non in atteggiamento affettuoso, piuttosto come se stessero avviando una lite. Sembrano i miei gatti quando si affrontano orecchie basse e coda sventolante. Soprattutto uno dei due si muove in modo strano: in mancanza di coda da sventolare, allunga le braccia come se indicasse qualcosa. Poi noto che in fondo al braccio destro, in mano ha qualcosa, impugna qualcosa, una pistola nera, con la quale indica verso la piazza e poi punta in faccia al suo interlocutore, gliela agita sotto il naso. Dopo qualche secondo il pistolero abbandona la scena, che si era svolta sotto un portone illuminato da una lampada alogena, di quelle che i condomini da tempo installano per consentire ai casigliani di trovare la serratura del portone di sera. La lampada mi da modo di notare che l’uomo armato ha pantaloni chiari, una maglietta blu senza maniche e i capelli chiari. Vedo che si allontana impugnando ancora la pistola e la cosa mi incuriosisce, perché, di solito, un’arma, si cerca di nasconderla, a meno che non ci si creda Billy Kid o Tex Willer e non si desideri incutere timore tra i passanti. Contemporaneamente il minacciato si allontana dalla parte opposta scuotendo la testa, come a dire: ma guarda cosa mi doveva capitare stasera, essere minacciato da un fulminato incontrato per strada.
Decido: chiamo il 113, perché non mi va che qualcuno giri per strada pistola in pugno, anche fosse solo un giocattolo. Dopo qualche squillo mi risponde una voce alla quale descrivo la scena a cui ho assistito. Mi dice di attendere, poi mi fa altre domande, quindi si interrompe la comunicazione. Che faccio? Richiamo? E se mi risponde un altra voce, devo ricominciare tutto da capo? Il mio senso civico è discreto, ma non è grosso come un cinghiale. Guardo ancora dalla finestra ed è apparsa, come ogni sera, la solita ragazza mora da marciapiede, ma attorno a lei altre figure in divisa, quattro o cinque, sono agenti, che fermano un tizio in canottiera blu, pantaloni verdi, capelli neri, che alza le mani, mentre la donna cerca di mostrarsi indifferente a quanto le accade. È già arrivata la polizia. Che velocità, penso. Squilla il telefono, è l’agente di prima, era caduta la linea. Si scusa e mi chiede maggiori dettagli: io gli spiego che la persona fermata non mi sembra quella che ho visto sotto la lampada. La voce della legge mi risponde che, invece, è quasi sicuramente lui. Dopo qualche formalità, dati anagrafici eccetera mi saluta e mi ringrazia. Mi metto di nuovo a guardare dalla finestra meditando sul fatto, mentre le auto della polizia sono aumentate. Possibile che mi sia sbagliato? Sembrava un biondino piuttosto magro, mentre quello è moro e robusto. E poi una maglietta senza maniche è diversa da una canottiera. Forse la lampada alogena mi ha tradito schiarendo i colori e modificando i contorni. Squilla di nuovo il telefono: è uno degli agenti in strada, che mi domanda ancora cosa ho effettivamente visto. Glielo ripeto e gli espongo anche i miei dubbi sul fermato. Lui ascolta attentamente, fa qualche osservazione sulla descrizione. A quel punto gli chiedo se hanno trovato la pistola nera. Sì, l’aveva. A quel punto penso che non ci sia più niente da dire: non credo, infatti, che ci siano due tizi, vestiti in modo simile, che girano attorno a casa mia con una pistola in mano, tuttavia l’agente vuole essere sicuro e mi fa altre domande, dicendo che c’era stata un’altra segnalazione, leggermente diversa dalla mia e più coincidente con la persona fermata. Non si può escludere che siano in due. Tra l’altro, aggiunge con un accento lombardo-veneto, il tizio non è “a piombo” come si dice da queste parti, e ciò spiegherebbe anche l’atteggiamento alla John Wayne. Mi piace questa scrupolosità dell’agente nel verificare i dettagli, perché denota una ricerca della verità che non si ferma all’apparenza e conforta la mia certezza di incertezza. Alla fine mi chiede nuovamente i dati anagrafici per il suo rapporto, mi ringrazia e saluta.
Mi riaffaccio: il pistolero l’hanno portato via. Restano alcuni agenti con la giovane donna che ieri sera voleva solo lavorare e, per colpa di un gradasso a caccia di emozioni forti e un imbrattarete in cerca di storie vere o verosimili da raccontare, si è ritrovata circondata da poliziotti che l’hanno portata in questura per accertamenti. Serataccia!

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