Archive for luglio, 2011


Mattinata fresca, l’ideale per girare in bicicletta senza sudare e presentarsi davanti alla gente con la camicia che pare ci abbia dormito dentro il mio gatto e con un odore da capra tibetana bagnata. Senonché, d’estate, pare che anche varie specie di insetti trovino gradevole svolazzare per l’aere alla ricerca di un becco d’uccello in cui finire per essere digeriti o l’occhio di un ciclista in cui cacciarsi ed annegare: ad esempio, il mio. Non so di che razza fosse, comunque grosso e nero, dotato di ali, zampette, antenne e chissà quali altre appendici, non voglio nemmeno saperlo, fatto sta che uno di quegli animaletti inutili, se non per nutrire i pennuti, i quali potrebbero cambiare dieta una volta per tutte, ha pensato bene di farsi un tuffo nel mio bulbo oculare, orbandomi, mentre pedalavo sulla pista ciclabile di via Padova, notoriamente percorsa più da pedoni che da ciclisti, col rischio di fare una strage di cinesi e sudamericani e causare un incidente diplomatico di proporzioni inimmaginabili, fonte potenziale di conflitti locali, internazionali, mondiali. A riprova che sono i piccoli fatti che fanno la Storia. Prudenzialmente mi fermo e cerco, con ben poco successo, di estrarre l’esapodo spremendo bulbo e palpebre, versando lacrime, probabilmente spiaccicandolo per bene e rendendolo parte del mio apparato visivo, che, così mutato, tra qualche tempo potrà vedere nuove e differenti dimensioni, colori, angolazioni e prospettive. Fin qui la cronaca cittadina.
Una volta a casa, luogo protetto per antonomasia solo apparentemente, in realtà ambiente ricchissimo di insidie, si decide cosa mangiare. Qualcosa di buono, talmente buono da farmi dimenticare la brutta avventura con l’antennuto: una bella pasta aglio, olio e peperoncino. Con l’occhio ancora umido e un po’ dolorante — e pure ora che scrivo sento che brucia (ma di cosa sono fatti gli insetti in circolazione a Milano?) — metto l’acqua sul fuoco e preparo il condimento, consapevole del rischio che corro, già sperimentato in passato, qualora mi dovessi sfregare l’occhio con le mani che hanno appena sbriciolato la spezia. Infatti, appena preparato l’olio, l’aglio e il peperoncino, corro a lavarmi accuratamente le mani, per evitare il rischio di cui sopra. L’avverbio “accuratamente”, secondo il dizionario, deriva da “accurato”, definito come “condotto con precisione e competenza”, “che opera con attenzione e impegno”. Ora, accurato non è un valore assoluto, si può essere molto più accurati di quanto non lo sia stato io, evidentemente, perché, non appena mi sono toccato di nuovo l’occhio infastidito dal corpo estraneo che vi era penetrato, ho cominciato ad avvertire un bruciore sempre più intenso, dovuto al contatto con il rubicondo ortaggio, il quale, ancorché disseccato, mantiene tutte quante le sue  saporite e dolorose facoltà e caratteristiche. Naturalmente, mentre tentavo di sciacquare, questa volta davvero accuratamente, l’occhio in fiamme, suonava il telefono. Vi risparmio i dettagli volgari. Bene, se siete riusciti ad arrivare fin qui nella lettura, starete scuotendo la testa con compatimento nei confronti dello scrivente e ne avrete tutte le ragioni. D’altra parte, lo scopo di chi scrive è farsi leggere, indipendentemente dal giudizio finale che, essendo “finale”, appunto, giunge alla fine della lettura che è esattamente qui, dove c’è il punto.

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L’altro giorno avevo letto una notizia talmente sconvolgente da impedirmi di pensare ad altro per ore: Michelle Hunziker, la bionda e ridente località svizzera, aveva licenziato la sua guardia del corpo, dopo che un giornale tedesco aveva pubblicato dettagli dei tatuaggi che il forzuto giovanotto mostrava sulle spalle. Uno di questi tatuaggi rappresentava un pugno chiuso, che, a differenza di quanto si potrebbe facilmente intuire, essendo un pugno bianco, non illustrava simpatie comuniste, ma di tuttaltra natura: è, infatti, il simbolo del White Power, potere bianco, un’organizzazione internazionale dell’estrema destra razzista. In effetti, il figuro ha confessato un passato militante nelle file di questa allegra e simpatica congrega. La Hunziker, dopo lunga e attenta riflessione (si azzarda persino un tempo biblico di dieci secondi, secondo i bene informati) aveva deciso di licenziare il pugno-tatuato, non potendone condividere i principi, nonostante la consapevolezza che si trattasse di un bravo ragazzo, un po’ neonazista, ma bravo, che, in più occasioni si era rivelato efficientissimo nel difendere la bionda elvetica dall’assalto di numerosi stalker con l’ossessione per il cioccolato e il formaggio coi buchi. D’altra parte, nessuno lo obbliga a fare la guardia del corpo alla Campbell o a Beyoncé, basta che sia bianca e ariana e il suo impegno è garantito.
Ma oggi il ribaltone: la Bild, giornale sempre attento ai fenomeni sociali, rivela che il giovane nazista è stato riassunto dalla sghignazzante località svizzera, perché, in fondo, “tutti meritano una seconda possibilità”. Non è estraneo al generoso voltafaccia, il fatto che il pugno bianco sia sparito dalle terga del giovane, sostituito da una rosa. Anzi, il preciso e analitico foglio teutonico precisa che il pugno del White Power non è stato coperto dal nuovo disegno, bensì proprio eliminato con gli aghi. Si deduce, quindi, che l’ex neo-SS si sia sottoposto ad una dolorosa operazione, vogliamo immaginare senza l’uso di alcun anestetico, pratica troppo poco virile per lui, allo scopo di eliminare quel vergognoso passato. Ha anche promesso che non lo farà più.
Oggi il mondo è un posto migliore. Con l’eccezione, forse, della Svizzera.

Leggendo la storia dei fratelli Grimm, anni fa, scoprii che vi era una tradizione tra i popoli germanici e barbari in genere: quella di non scrivere le storie. I Celti, ad esempio, lo facevano per misteriosi motivi religiosi; altri per evitare che le storie, una volta scritte, fossero dimenticate. Sì, perché, potrà sembrare assurdo, ma la scrittura, pur tramandando la memoria, la relega alla pagina, consentendo alla nostra mente di liberarsene.
Questo mi ha fatto pensare ai nostri tempi internettiani. Quante volte ci è capitato di tentare di ricordare un nome, una data, un evento, anche solo una parola e abbiamo fatto ricorso ad un motore di ricerca? Le enciclopedie e i dizionari giacciono sempre più impolverati sugli scaffali delle nostre librerie, sostituiti dai loro parenti elettronici, così spesso imprecisi, pressapochisti, superficiali, per non dire, addirittura, scorretti. E la nostra memoria è sempre più libera dai ricordi, il nostro hard-disk personale è on-line, sul web, consultabile in rete.
Confesso che la cosa mi spaventa un po’. Forse sono troppo ansioso o ignorante e immagino cose impossibili, ma se un malaugurato giorno la rete andasse in tilt, tutto il nostro sapere, delegato al supporto informatico, dove andrebbe a finire? Se l’esercizio della memoria è così scarso, se decenni fa le enormi calcolatrici elettroniche da tasca, proibitissime quando andavo a scuola io, cominciarono ad inibire le nostre capacità di moltiplicare e dividere “a mente”, non ci staremmo trasformando tutti in poveri dementi senza ricordi?
D’accordo, sto esagerando e forse il demente sono io, che ricordo le facce, ma spesso non le associo ai nomi facendo figuracce, tuttavia ho appena letto uno studio pubblicato su Science, che si basa su esperimenti fatti attorno al pericolo di perdere la memoria per colpa della Rete. Guarda caso. Secondo questo studio della Columbia University di New York, la consapevolezza di avere a portata di click la conoscenza, la memoria, il sapere, sta diminuendo le capacità delle nuove generazioni di “ricordare”. La ricerca ha evidenziato come internet stia trasformando il modo di organizzare la nostra memoria. In altre parole, più che ricordare la nozione, le nuove generazioni tendono a memorizzare il sito su cui andarla a cercare, il metodo di ricerca, le parole chiave. A pensarci bene è quasi un concetto zen: è più importante il percorso della meta. Ma se metto Zen nel motore di ricerca quanti milioni di pagine escono. E poi: Zen cosa? Cosa? I Fratelli Grimm erano Celti? E Panoramix? Ma dove sono? E voi chi siete…

“Con la presente dobbiamo rilevare che lei ha effettuato le assenze per malattia di seguito riportate. Avendo effettuato 368 giorni di malattia nell’arco del periodo, lei ha superato il periodo di conservazione del posto di lavoro Comunque, la discontinuità della sua prestazione lavorativa crea evidenti intralci all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al suo regolare funzionamento, incide in modo sensibile sull’equilibrio dei rispettivi obblighi contrattuali. Per tutti i motivi sopra esposti, le notifichiamo pertanto la risoluzione del rapporto di lavoro tra noi in corso a far data dalla presente. Le sue spettanze di fine rapporto, comprensive dell’indennità sostitutiva del preavviso, le saranno liquidate, come di consueto, direttamente sul suo conto corrente entro l’11 luglio 2011”.
Una lettera formalmente ineccepibile, di quelle che la burocrazia aziendale partorisce facilmente, senza taglio cesareo o sforzi particolari. Non deve nemmeno contrarsi e spingere come una puerpera in difficoltà, il documento esce dalla stampante fresco, liscio e asciutto, pronto per essere siglato, imbustato e spedito al destinatario. Sono le meraviglie della tecnologia che ci rendono la vita più serena e ricca di prospettive. Non si finirà mai di lodare il progresso che migliora l’esistenza. Peccato che il progresso talvolta sembri avanzare come un bulldozer il cui conducente si sia addormentato o abbia abbandonato la guida per noia o disinteresse. Di conseguenza, se non hai la prontezza di scansarti quando lo vedi arrivare o assecondarne i capricci, ti travolge, ti stritola, ti macina. È così che si creano le ingiustizie sociali, le discriminazioni, le giuste proteste, le giustificazioni, le scuse (rare), i drammi e le tragedie. Sì, perché, se la lettera è formalmente ineccepibile, come detto, la destinataria non è nemmeno in grado di valutarne la perfezione semantica e legale, perché è in coma, anzi, in stato vegetativo da oltre un anno, a causa di un aneurisma cerebrale, che ne ha bloccato le capacità cognitive e motorie. Ciononostante, la donna è riuscita a partorire una bimba, lei sì con qualche difficoltà, quattro mesi dopo il drammatico evento.
Tra l’altro, al di là della pietà e comprensione che dovrebbe contraddistinguere i rapporti tra esseri viventi, anche appartenenti a specie diversa (alla maggior parte di noi fa pena persino un cane, un gatto, un uccellino che soffrono), sembra che il marito della donna (data l’impossibilità per lei, dipendente di un’azienda di Lallio, di farlo autonomamente), abbia fatto domanda di godimento delle ferie e dei permessi maturati prima dello scadere del periodo di malattia consentito. Istanza, come si evince dalla lettera di licenziamento, respinta.
La società in questione ha fatto sapere che le informazioni diffuse non sono corrette, anzi, fuorvianti e tutelerà il suo buon nome (???) nelle opportune sedi.
Prendiamo atto della eventuale fuorvianza del contorno, ma il testo della lettera parla chiaro, chiarissimo, è tuttaltro che fuorviante, anzi penetra con forza e violenza nella realtà di questa famiglia, che con la sua tragedia in corso, “intralcia” la produzione della fabbrica. Scripta manent, dicevano millenni fa, quando ancora non esistevano le stampanti. E il principio non è cambiato. Anche in questo blog.

Una delle poche certezze che ho è di non avere certezze. Dica la verità soltanto la verità e nient’altro che la verità. Abbiamo sentito migliaia di volte questa formula nei film americani e guardavamo apprensivi questi personaggi in bianco e nero con mano sulla bibbia, aspettandoci rivelazioni sconvolgenti e, si sperava, risolutive per la vicenda che ci incollava alla poltrona. Quante volte abbiamo scrutato i volti di questi attori per capire se dicevano la verità o mentivano spudoratamente. Poi arrivava il Perry Mason di turno che confortava o demoliva la deposizione, talvolta palesemente bugiarda, altre volte falsata dal ricordo invecchiato o dalla memoria fallace o, ancora, dall’osservazione parziale e incompleta del fatto. La verità è un concetto solo apparentemente assoluto. Per sapere la verità bisognerebbe essere qui e ovunque, vedere e sentire ogni cosa, a destra e a sinistra, davanti e dietro, sopra e sotto e dentro. La verità è un insieme di punti di vista.
Ieri sera, finestre aperte per il caldo, nonostante l’acquazzone che ha aumentato solo il tasso di umidità, in luogo della solita ragazza alta e mora, discreta e silenziosa, che batte sul marciapiede di fronte, si dimena una strana figura, si presume femminile, ma ho qualche dubbio, vestita di un miniabito turchese che, ad ogni auto che passa, viene regolarmente alzato per mostrare i prodotti in vendita. È comica, grottesca: ad un certo punto “cavalca” sul paletto d’acciaio anti-parcheggio, per rendere più spinta l’esibizione. Dopo un po’ mi riaffaccio e la pole-dancer non c’è più. Penso: l’avrà caricata qualcuno e se la sarà portata via per uno show privato. Guardo un po’ più in là e noto due figure maschili, vicine tra loro, molto vicine, quasi troppo. I loro volti quasi si toccano, ma non in atteggiamento affettuoso, piuttosto come se stessero avviando una lite. Sembrano i miei gatti quando si affrontano orecchie basse e coda sventolante. Soprattutto uno dei due si muove in modo strano: in mancanza di coda da sventolare, allunga le braccia come se indicasse qualcosa. Poi noto che in fondo al braccio destro, in mano ha qualcosa, impugna qualcosa, una pistola nera, con la quale indica verso la piazza e poi punta in faccia al suo interlocutore, gliela agita sotto il naso. Dopo qualche secondo il pistolero abbandona la scena, che si era svolta sotto un portone illuminato da una lampada alogena, di quelle che i condomini da tempo installano per consentire ai casigliani di trovare la serratura del portone di sera. La lampada mi da modo di notare che l’uomo armato ha pantaloni chiari, una maglietta blu senza maniche e i capelli chiari. Vedo che si allontana impugnando ancora la pistola e la cosa mi incuriosisce, perché, di solito, un’arma, si cerca di nasconderla, a meno che non ci si creda Billy Kid o Tex Willer e non si desideri incutere timore tra i passanti. Contemporaneamente il minacciato si allontana dalla parte opposta scuotendo la testa, come a dire: ma guarda cosa mi doveva capitare stasera, essere minacciato da un fulminato incontrato per strada.
Decido: chiamo il 113, perché non mi va che qualcuno giri per strada pistola in pugno, anche fosse solo un giocattolo. Dopo qualche squillo mi risponde una voce alla quale descrivo la scena a cui ho assistito. Mi dice di attendere, poi mi fa altre domande, quindi si interrompe la comunicazione. Che faccio? Richiamo? E se mi risponde un altra voce, devo ricominciare tutto da capo? Il mio senso civico è discreto, ma non è grosso come un cinghiale. Guardo ancora dalla finestra ed è apparsa, come ogni sera, la solita ragazza mora da marciapiede, ma attorno a lei altre figure in divisa, quattro o cinque, sono agenti, che fermano un tizio in canottiera blu, pantaloni verdi, capelli neri, che alza le mani, mentre la donna cerca di mostrarsi indifferente a quanto le accade. È già arrivata la polizia. Che velocità, penso. Squilla il telefono, è l’agente di prima, era caduta la linea. Si scusa e mi chiede maggiori dettagli: io gli spiego che la persona fermata non mi sembra quella che ho visto sotto la lampada. La voce della legge mi risponde che, invece, è quasi sicuramente lui. Dopo qualche formalità, dati anagrafici eccetera mi saluta e mi ringrazia. Mi metto di nuovo a guardare dalla finestra meditando sul fatto, mentre le auto della polizia sono aumentate. Possibile che mi sia sbagliato? Sembrava un biondino piuttosto magro, mentre quello è moro e robusto. E poi una maglietta senza maniche è diversa da una canottiera. Forse la lampada alogena mi ha tradito schiarendo i colori e modificando i contorni. Squilla di nuovo il telefono: è uno degli agenti in strada, che mi domanda ancora cosa ho effettivamente visto. Glielo ripeto e gli espongo anche i miei dubbi sul fermato. Lui ascolta attentamente, fa qualche osservazione sulla descrizione. A quel punto gli chiedo se hanno trovato la pistola nera. Sì, l’aveva. A quel punto penso che non ci sia più niente da dire: non credo, infatti, che ci siano due tizi, vestiti in modo simile, che girano attorno a casa mia con una pistola in mano, tuttavia l’agente vuole essere sicuro e mi fa altre domande, dicendo che c’era stata un’altra segnalazione, leggermente diversa dalla mia e più coincidente con la persona fermata. Non si può escludere che siano in due. Tra l’altro, aggiunge con un accento lombardo-veneto, il tizio non è “a piombo” come si dice da queste parti, e ciò spiegherebbe anche l’atteggiamento alla John Wayne. Mi piace questa scrupolosità dell’agente nel verificare i dettagli, perché denota una ricerca della verità che non si ferma all’apparenza e conforta la mia certezza di incertezza. Alla fine mi chiede nuovamente i dati anagrafici per il suo rapporto, mi ringrazia e saluta.
Mi riaffaccio: il pistolero l’hanno portato via. Restano alcuni agenti con la giovane donna che ieri sera voleva solo lavorare e, per colpa di un gradasso a caccia di emozioni forti e un imbrattarete in cerca di storie vere o verosimili da raccontare, si è ritrovata circondata da poliziotti che l’hanno portata in questura per accertamenti. Serataccia!