Quando si cambia casa, zona, città, Paese, si trasloca insomma, cosa si fa in prima istanza? Sì, certo, si impacchetta tutto in appositi scatoloni recuperati nel retro di qualche magazzino, scartando quelli umidi, marci o che hanno contenuto forme di vita aliene, poi ci si accorge di avere un’enormità di roba e gli scatoloni, da parallelepipedi che erano originariamente, si trasformano in solidi che neppure Euclide saprebbe definire, dato il numero e l’irregolarità delle facce. Allora si deve selezionare, si butta il superfluo, si piagnucola un po’ perché certe cose si vorrebbero tenere, ma non si può conservare tutto e il distacco è sempre doloroso, ma checcazzo! siamo uomini e dobbiamo dimostrarci tali, ma non troppo, altrimenti ci si fa del male per nulla. Alla fine si carica il tutto su un camion, i meno fortunati o più parsimoniosi si accontentano di numerosi viaggi in auto o selezionano più profondamente, tagliano le necessità intrinseche ed estrinseche, morali e materiali e partono solo con uno zainetto pieno di dischi e libri e via!, verso la nuova destinazione. Ivi giunti, ci si guarda in giro entusiasti per le nuove scoperte che ci attendono, le avventure che ci coinvolgeranno, le inedite sensazioni che avvolgeranno la nostra anima. Tutto questo deve però aspettare, perché c’è da aprire gli scatoloni e decidere la collocazione di ogni cosa, sperando di trovare un posto per ogni cosa e mettere ogni cosa al suo posto, come diceva quella macera-palle di Mary Poppins. Il ripiagnucolamento riprende inevitabilmente quando ci si accorge di non avere più quel soprammobile che ci piaceva tanto, comprato in quel negozietto della ValdiNon o il portafortuna bretone, il triskell irlandese o la felpa delle isole Andenes con la balena. Mapperdiana, chissenefrega dei soprammobili e del portafortuna! Piuttosto, dov’è finito il disco di Tuck & Patti??!! Sparito! L’ira funesta rischia di rovinare l’atmosfera nostalgica. Chissà, magari in fondo a qualche scatola verrà fuori. Comunque, svolte le incombenze logistiche, è il momento delle pubbliche relazioni. Quando si abita una nuova casa, ci si presenta ai vicini o sono loro a venirci a trovare? Chi deve fare il primo passo? Si suona il campanello e, come un rappresentante di aspirapolvere, “salve, mi presento, sono il vostro nuovo vicino di casa”, oppure si attende che venga organizzato un comitato d’accoglienza e una sera, mentre si torna a casa, si ha l’improbabile sorpresa di trovare uno striscione nell’androne con scritto “Benvenuto! e tutti che applaudono e sorridono come deficienti? Sono così pericolosamente vicino all’asocialità, che sarà bene guardarsi intorno, perché ho l’impressione che il comitato di benvenuto sia un’invenzione da film americano stile Brian Yuzna, dove si scopre che i cortesi concittadini in realtà sono una setta cannibale invasata e non voglio finire fagocitato durante un’orgia. Vado e busso. Vi saprò dire. Se sopravvivo.

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