Perché quando torni dalla spesa con le borse di tela (sono eco-cosciente, cosa credevate) traboccanti di pasta, verdura, affettato e sottaceti trovi sempre qualcuno che ti chiede: “sei andato a fare la spesa?” Stamattina avevo voglia di rispondere: “no, ho portato a passeggio le penne rigate che erano stufe di stare sempre chiuse in credenza, mentre le melanzane avevano bisogno di fare acqua e le ho portate ai giardini, dove ho trovato due fette di bresaola e il cacciatorino che ho invitato a pranzo.”
Naturalmente niente di tutto questo è uscito dalla mia bocca, anche se sapevo già quale sarebbe stata la domanda successiva, che una simile risposta avrebbe intercettato e annichilito. E cioé: “ma dove vai a fare la spesa?” E qui, di solito, si apre il dibattito, perché appena nomini un negozio o un supermercato, ti si oppongono le obiezioni dei prezzi più modici nell’altra catena o la qualità migliore, gli sconti più convenienti o le cassiere più gentili. Sono discussioni che mi annoiano oltre ogni dire: vado in determinati posti, perché, alla mia età e dopo decenni che vivo in questa zona, so cosa c’è in giro e se mi è comodo andare qui o là è perché mi va così e non ho bisogno di informatori volonterosi, prezzolati o gratuiti che mi diano indirizzi nuovi. “Dipende” — dico —  “a seconda del tempo che ho a disposizione.”
Qui sì che si dovrebbe aprire il dibattito che mi interessa veramente, ma, di solito, il tema del tempo trascorso o da trascorrere spaventa e ammutolisce. È un buon modo per interrompere una conversazione tediosa, d’accordo, ma sarebbe bello, invece, aprire la discussione sul marciapiede o sul pianerottolo, magari con i vicini che escono dall’ascensore e si incuriosiscono e si fermano e partecipano, soprattutto i cinesi che vivono accanto alla mia porta, che hanno una o un bambina/bambino, non l’ho ancora capito, molto piccola/o, a cui ho chiesto (alla nonna, non al bambino) quanto tempo ha e dopo molti giri di parole in ideogrammi, mi ha fatto capire il numero 22, al che non ho perso l’occasione per rispondere che 22 anni li porta benissimo, sicuro che non mi avrebbe compreso. Però si è messa a ridere. Anche il/la bambino/a. Avranno capito? Comunque il problema non è il tempo trascorso, ma quello che abbiamo davanti. Il passato è un dettaglio quasi trascurabile. Solo perché ogni tanto telefona e si fa sentire, non è che dobbiamo tenere il passato presente ogni momento (anche perché è passato, appunto, altrimenti sarebbe presente): giusto a Natale e al compleanno. Due giorni all’anno. Che volete che sia? Il tema dei temi è: quanto ci resta? Che progetti abbiamo, sempre che si abbia un progetto? A lunga o a breve scadenza? Le prossime vacanze? Fra uno o due mesi? La ricerca di un lavoro vero l’anno prossimo? La futura vincita al superenalotto che ci cambierà la vita, faremo in tempo a godercela? Ce la farò a sfruttare lo sconto del 10% dell’Ipercoop su una spesa di almeno 70€ che scade l’11 luglio? E al ritorno troverò chi mi dirà che all’Esselunga gli sconti sono migliori e allora lo strangolerò col sacchetto di plastica, l’unico che mi è rimasto in macchina? E mi daranno l’ergastolo o solo vent’anni perché sono incensurato? Col processo breve o lungo? E il carcere preventivo lo calcoleranno? E il lavoro vero lo troverò in prigione? Perché mi faccio certe domande?

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