Archive for giugno, 2011


Quando si cambia casa, zona, città, Paese, si trasloca insomma, cosa si fa in prima istanza? Sì, certo, si impacchetta tutto in appositi scatoloni recuperati nel retro di qualche magazzino, scartando quelli umidi, marci o che hanno contenuto forme di vita aliene, poi ci si accorge di avere un’enormità di roba e gli scatoloni, da parallelepipedi che erano originariamente, si trasformano in solidi che neppure Euclide saprebbe definire, dato il numero e l’irregolarità delle facce. Allora si deve selezionare, si butta il superfluo, si piagnucola un po’ perché certe cose si vorrebbero tenere, ma non si può conservare tutto e il distacco è sempre doloroso, ma checcazzo! siamo uomini e dobbiamo dimostrarci tali, ma non troppo, altrimenti ci si fa del male per nulla. Alla fine si carica il tutto su un camion, i meno fortunati o più parsimoniosi si accontentano di numerosi viaggi in auto o selezionano più profondamente, tagliano le necessità intrinseche ed estrinseche, morali e materiali e partono solo con uno zainetto pieno di dischi e libri e via!, verso la nuova destinazione. Ivi giunti, ci si guarda in giro entusiasti per le nuove scoperte che ci attendono, le avventure che ci coinvolgeranno, le inedite sensazioni che avvolgeranno la nostra anima. Tutto questo deve però aspettare, perché c’è da aprire gli scatoloni e decidere la collocazione di ogni cosa, sperando di trovare un posto per ogni cosa e mettere ogni cosa al suo posto, come diceva quella macera-palle di Mary Poppins. Il ripiagnucolamento riprende inevitabilmente quando ci si accorge di non avere più quel soprammobile che ci piaceva tanto, comprato in quel negozietto della ValdiNon o il portafortuna bretone, il triskell irlandese o la felpa delle isole Andenes con la balena. Mapperdiana, chissenefrega dei soprammobili e del portafortuna! Piuttosto, dov’è finito il disco di Tuck & Patti??!! Sparito! L’ira funesta rischia di rovinare l’atmosfera nostalgica. Chissà, magari in fondo a qualche scatola verrà fuori. Comunque, svolte le incombenze logistiche, è il momento delle pubbliche relazioni. Quando si abita una nuova casa, ci si presenta ai vicini o sono loro a venirci a trovare? Chi deve fare il primo passo? Si suona il campanello e, come un rappresentante di aspirapolvere, “salve, mi presento, sono il vostro nuovo vicino di casa”, oppure si attende che venga organizzato un comitato d’accoglienza e una sera, mentre si torna a casa, si ha l’improbabile sorpresa di trovare uno striscione nell’androne con scritto “Benvenuto! e tutti che applaudono e sorridono come deficienti? Sono così pericolosamente vicino all’asocialità, che sarà bene guardarsi intorno, perché ho l’impressione che il comitato di benvenuto sia un’invenzione da film americano stile Brian Yuzna, dove si scopre che i cortesi concittadini in realtà sono una setta cannibale invasata e non voglio finire fagocitato durante un’orgia. Vado e busso. Vi saprò dire. Se sopravvivo.

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Sarà banale, qualunquista, antisociale, apolitico, un po’ becero (ma visto il personaggio non stona), benaltrista e diseducativo, ma che l’europarlamentare leghista Speroni con la sua fuoriserie, acquistata grazie alle ricche prebende che il suo ruolo gli concede anche a nostre spese, abbia superato il suo personale record di velocità sulle autostrade tedesche raggiungendo la vertiginosa quota di 316 Kmh, non può fregarcene più del desiderio di maternità di Alba Parietti a 50 anni o del rifiuto di Hamsik di tagliarsi la cresta, anche se glielo chiedesse Berlusconi in persona (pensa un po’, un calvo che chiede ad un capelluto di tagliarsi la chioma per il suo gusto estetico). Ma non ci sono notizie più importanti da evidenziare sui giornali? Ora che arriva l’estate, poi, i giornali sembrano tutti minzolinarsi oltre misura: o parlano di scandali, o di cronaca nerissima, o degli accoappiamenti di panda, koala o mantidi religiose, con analisi delle posizioni kamasutriche e tantriche, tra le più adatte ad essere emulate dalla specie umana sulle spiagge della Versilia o del Gargano. Anche le redazioni meritano le vacanze, d’accordo, ma qualcuno di turno resta a presidio delle notizie vere?

Eccoci!

Eccoci qua, io e i bonsai suicidi. Nonostante le apparenze i bonsai godono di ottima salute, per quanto possibile, soprattutto quelli che stanno lontani da casa mia. È una vecchia storia che un giorno racconterò anche qui. Per ora è stata pubblicata su un altro blog e sul mio primo libro. Mi sono appena trasferito e sto ancora guardandomi in giro mentre arredo casa. Ci sentiamo presto. Intanto, se volete dare un’occhiata fate pure, non mi disturbate.

Perché quando torni dalla spesa con le borse di tela (sono eco-cosciente, cosa credevate) traboccanti di pasta, verdura, affettato e sottaceti trovi sempre qualcuno che ti chiede: “sei andato a fare la spesa?” Stamattina avevo voglia di rispondere: “no, ho portato a passeggio le penne rigate che erano stufe di stare sempre chiuse in credenza, mentre le melanzane avevano bisogno di fare acqua e le ho portate ai giardini, dove ho trovato due fette di bresaola e il cacciatorino che ho invitato a pranzo.”
Naturalmente niente di tutto questo è uscito dalla mia bocca, anche se sapevo già quale sarebbe stata la domanda successiva, che una simile risposta avrebbe intercettato e annichilito. E cioé: “ma dove vai a fare la spesa?” E qui, di solito, si apre il dibattito, perché appena nomini un negozio o un supermercato, ti si oppongono le obiezioni dei prezzi più modici nell’altra catena o la qualità migliore, gli sconti più convenienti o le cassiere più gentili. Sono discussioni che mi annoiano oltre ogni dire: vado in determinati posti, perché, alla mia età e dopo decenni che vivo in questa zona, so cosa c’è in giro e se mi è comodo andare qui o là è perché mi va così e non ho bisogno di informatori volonterosi, prezzolati o gratuiti che mi diano indirizzi nuovi. “Dipende” — dico —  “a seconda del tempo che ho a disposizione.”
Qui sì che si dovrebbe aprire il dibattito che mi interessa veramente, ma, di solito, il tema del tempo trascorso o da trascorrere spaventa e ammutolisce. È un buon modo per interrompere una conversazione tediosa, d’accordo, ma sarebbe bello, invece, aprire la discussione sul marciapiede o sul pianerottolo, magari con i vicini che escono dall’ascensore e si incuriosiscono e si fermano e partecipano, soprattutto i cinesi che vivono accanto alla mia porta, che hanno una o un bambina/bambino, non l’ho ancora capito, molto piccola/o, a cui ho chiesto (alla nonna, non al bambino) quanto tempo ha e dopo molti giri di parole in ideogrammi, mi ha fatto capire il numero 22, al che non ho perso l’occasione per rispondere che 22 anni li porta benissimo, sicuro che non mi avrebbe compreso. Però si è messa a ridere. Anche il/la bambino/a. Avranno capito? Comunque il problema non è il tempo trascorso, ma quello che abbiamo davanti. Il passato è un dettaglio quasi trascurabile. Solo perché ogni tanto telefona e si fa sentire, non è che dobbiamo tenere il passato presente ogni momento (anche perché è passato, appunto, altrimenti sarebbe presente): giusto a Natale e al compleanno. Due giorni all’anno. Che volete che sia? Il tema dei temi è: quanto ci resta? Che progetti abbiamo, sempre che si abbia un progetto? A lunga o a breve scadenza? Le prossime vacanze? Fra uno o due mesi? La ricerca di un lavoro vero l’anno prossimo? La futura vincita al superenalotto che ci cambierà la vita, faremo in tempo a godercela? Ce la farò a sfruttare lo sconto del 10% dell’Ipercoop su una spesa di almeno 70€ che scade l’11 luglio? E al ritorno troverò chi mi dirà che all’Esselunga gli sconti sono migliori e allora lo strangolerò col sacchetto di plastica, l’unico che mi è rimasto in macchina? E mi daranno l’ergastolo o solo vent’anni perché sono incensurato? Col processo breve o lungo? E il carcere preventivo lo calcoleranno? E il lavoro vero lo troverò in prigione? Perché mi faccio certe domande?

Quando l’ho letto la prima volta non ho capito. In questi anni ho avuto spesso a che fare con sigle di ogni genere, acronimi, abbreviazioni, convenzioni linguistico-giornalistiche, inglesismi, francesismi, germanismi, che, nel linguaggio scritto, spesso servono ad evitare ripetizioni noiose, anche se altrettanto frequentemente, infastidiscono il lettore. E non tanto per la salvaguardia della lingua nazionale, fine già assai utile e meritorio, ma per la povertà lessicale che diffonde tale uso di parole straniere, come fosse una comoda scorciatoia, oltre che sinonimo di pigrizia intellettuale. Ma, dicevo, non ho capito subito di cosa si trattasse, perché era fuori contesto. La manifestazione sindacale è una cosa nota e risaputa, davanti a Montecitorio, poi, è ancora più efficace ed esposta al sistema dei media. Ma cosa c’entrasse l’informatica, in prima battuta, non lo comprendevo. Però, si sa, i titoli delle notizie dicono tutto e niente, bisogna andare a leggersi l‘articolo per capire bene, forse, ciò di cui si sta parlando. Solo che nell’articolo non vi era alcuna spiegazione. Ahimé, succede. Allora sono andato a cercarmi la spiega in google. E l’ho trovata. Tuttavia mi rimane il dubbio: ma l’Unione Sindacale di Base, non poteva trovarsi un altro nome, in modo che i giornali non possano titolare: Cobas e Usb in piazza Montecitorio, tensione con la polizia? Ma ve l’immaginate i Cobas che lanciano chiavette e cavi USB contro la polizia, che risponde, ovviamente a colpi di mouse e megabyte lacrimogeni?