Archive for aprile, 2011


bandiera_italiana1sSolo 66 anni di 25 aprile e qualcuno ne è già stanco, qualcun altro non ricorda, c’è chi non sa, chi non vuole sapere, chi non gliene frega niente, ma gliene fregherebbe qualcosa se il 25 aprile non ci fosse, chi lo vorrebbe cancellare, sopprimere, cambiare, sostituire, rimpiazzare, magari con un 28 ottobre, un 20 aprile, un 11 settembre (quello del 1973) o qualche altra data nefasta. Invece no, il 25 aprile è talmente bello che consente a tutti di festeggiare, ma anche di non festeggiare, persino di chiudersi in casa a rimuginare come sarebbe meglio se non ci fosse stato il 25 aprile o il 25 luglio o l’8 settembre, ma persino il 4 novembre, il 5 maggio e le idi di marzo. Il 25 aprile è la giornata della Liberazione, ma anche della Libertà in senso assoluto, perché permette a chi non vuole sentirsi libero, di tenersi prigioniero, senza che alcuno lo obblighi a liberarsi. Libero anche di farsi visitare da uno psichiatra, che, in certi casi estremi, ha una sua utilità. Ma anche no. E tutto questo grazie al 25 aprile, che consente persino di godere delle proprie psicosi senza la necessità di campi di rieducazione, olio di ricino o psichiatria sperimentale. Per questo si festeggia il 25 aprile. E chi non ha voglia di scendere in piazza per ricordarlo, è libero di farlo, perché il 25 aprile lo rende libero. Il 25 aprile esiste ed esisterà a prescindere da chi lo festeggia. Per questo è una data talmente bella, preziosa, importante e magica, che non mi viene altro da scrivere, se non: lunga vita al 25 aprile!

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locandina5È stata una serata gradevole, ma anche no, ma in fondo sì. In realtà la previsione iniziale è stata: non c’è nessuno, suoneremo per le sedie. Poi, improvvisamente si è palesata una tavolata di ventidue persone, tra le quali alcuni vip come Billy Costacurta e gentilissima signora (io sogno ancora Martina Colombari ricoperta di cioccolata, tipo Loacker, da Daniele Luttazzi in Satyricon) assieme ad alcuni amici e un’intera squadra di calcio. Si dà il caso che i pallonari avessero un’età media di otto anni, cosicché è bastato allontanarci pochi minuti dal palco per cambiarci e svolgere qualche funzione fisiologica – non necessariamente in quest’ordine – per trovare, al nostro ritorno, undici mini-vandali malintenzionati aggirarsi tra i nostri strumenti. Confesso che ho fatto molta fatica a trattenere l’erode che vive in me, mentre Giada tentava faticosamente di avviare un negoziato con Genserico junior e compagni. Il risultato temporaneo è stato di allontanare, almeno giù dal palco, i piccoli barbari, visto che i loro genitori sembravano piuttosto restii a legarli, com’era giusto, alle gambe del tavolo. E così è iniziata la serata, tra le urla belluine dei brevilinei dalle ginocchia sbucciate, mentre attorno ai tavoli imbanditi erano seminate tovagliette e tovaglioli di carta. Ad un certo punto qualcuno dei micro-lanzichenecchi ha pensato bene di sedersi e dondolarsi sui tavoli sotto il palco, regalandomi la tetra speranza che prima o poi  avrebbe lasciato gli incisivi sulle assi di legno. Speranza che si è avverata solo in parte, perché un tavolo si è effettivamente ribaltato, ma i giovanissimi selvaggi sono stati pronti a balzare giù senza danni, conservando denti e gengive. È stato quello il dramma, perché, rendendosi conto che, per esibirsi, un palcoscenico è ben più solido e stabile di un tavolo,  ecco che ce li siamo trovati tutti intorno: c’erano bambini che correvano, altri urlavano, altri ancora ballavano, urtando pericolosamente la mia tastiera; c’era chi spostava l’asta del microfono, costringendo Giada a mollare la chitarra per risistemarlo; uno si era fissato con me e, mentre suonavo, era convinto di poterlo fare anche lui, non sapendo di rischiare l’amputazione delle falangi a morsi. Alla fine, abbiamo deciso di chiudere il set, ormai un misto tra l’asilo d’infanzia e una bolgia infernale, mentre i pestiferi venivano recuperati da chi li aveva malauguratamente generati, qualcuno con espressione di scuse e comprensione nei nostri confronti, altri dotati di macchine fotografiche per immortalare orgogliosi le gesta dei loro eredi in istantanee che, spero, finiranno in qualche trattato di criminologia. Quando ormai sembrava chiusa la serata di un giovedì santo demoniaco in cui Milano pareva svuotata anzitempo, ecco apparire una compagnia di nostri amici venuti apposta a sentirci. Per loro siamo risaliti sul palco e in un clima finalmente civile abbiamo portato a termine lo spettacolo, dopo il quale, c’è stata anche una mini-session afterhour, dato che uno dei nostri amici è un pianista ed è bastato che uscissi un momento per caricare le mie cose in macchina, per  trovare Giada intonare Let It Be e Hey Jude con lui, fatto ancora più grave per lei, rollingstoniana convinta. Ma si sa, la donna è mobile ed in giro è pieno di mobilieri.
Due dati positivi: il locale è piuttosto bello, i gestori simpatici, la cucina buona e ci torneremo; inoltre, ho ritrovato un amico che non vedevo da più di trent’anni, Andy Gee ed è stato bello scoprire che non siamo cambiati molto.

Eccoci!

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copertina1

venerdì 15 aprile h. 21.30
presso
SHANTISABURI OSHO Information Center circolo ARCI
via montalbino, 9/2 Milano

Incontro con l’Autore e presentazione del libro

‘SILENZIOSA(MENTE)’ – In a silent way
di Giulio Cancelliere

Ingresso libero

Cappa è un giornalista patologicamente ossessionato dalla musica. Ha una specie di radio che gli risuona nella testa ventiquattro ore al giorno, anche quando dorme. Talvolta il volume sale a tal punto da rendergli la vita impossibile. Inoltre il suo sonno è afflitto da un sogno ricorrente, che lo perseguita. Una mattina riceve l’incarico di partire alla ricerca di Joe Zawinul, il celebre tastierista austriaco, scomparso di scena dopo la festa del suo ottantesimo compleanno….
Silenziosa(mente) è un giallo, ma è anche rosa, è un po’ nero e, soprattutto, è blu(es), perché Cappa è blues, anzi, Cappa è il blues, con la sua allegria amara, la sua malinconia, i suoi strilli rabbiosi, il suo ritrarsi, il suo girarsi dall’altra parte e passare ad altro, come fa il blues, alla fine del giro di accordi. È una storia anche un po’ pelosa, per via del gatto di Cappa, Genserico, osservatore silenzioso, ma presente e, in un certo senso, incombente, vista la mole: un incudine pelosa di otto chili, come la definisce il protagonista…

ll libro è anche un omaggio alla musica di Joe Zawinul, che, nella finzione, è ancora vivo nel 2012, mentre, purtroppo, è scomparso nel 2007, proprio mentre terminavo la stesura del romanzo.

Ed e’ anche una riflessione sul condizionamento esercitato dalla musica, nel bene e nel male, sulle nostre menti estenuate da mille stimoli e sollecitazioni quotidiane e sull’utilizzo che facciamo della musica, una compagnia perenne, che non ci lascia mai, sempre presente, anche quando dormiamo.