Archive for gennaio, 2011


Vi aspetto ancora, se non siete già venuti e, in ogni caso, questa volta non ci sono solo io a tediarvi con le mie elucubrazioni, ma ho la mia esegeta di fiducia.

locandina

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Vi aspetto in tanti anche questa volta…se potete.

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im000936Bella no, sembra dipinta da Matisse, ma buona lo è abbastanza, soprattutto abbondante, nutriente e dolce. È il risultato del mio esordio come pasticcere. Qualcuno ha già detto pasticcione, ma fa niente, intanto mangia. L’avevo annunciato en passant nel post precedente ed ecco qua il primo tentativo. Dovrebbe essere un cheese-cake ai lamponi e gli ingredienti sono consoni al nome, ma il dosaggio, la forma, la cottura e la relativa crescita sono alquanto approssimativi. Non volevo farla così grande, ma la tortiera lo era e mi sono adeguato. Cacciati i mici, che volevano assolutamente assistere all’evento in prima fila e svolgere improbabili ruoli da consulenti, assaggiando gli ingredienti e spargendo peli ovunque, ho dato inizio all’opera. Il preparato per la pastafrolla, con uova e burro, mi ha creato subito dei problemi diventando denso come il cemento a presa rapida nel giro di dieci minuti, la frusta si è impantanata, tanto che per metterlo sul fondo della tortiera ho pensato di usare una cazzuola. Alla fine, spalmato alla bell’è meglio, l’ho ricoperto di marmellata di lamponi. Intanto preparavo la crema di formaggio con mascarpone e yogurt greco, che infilavo nel frullino, non avendo altro attrezzo. Purtroppo, la densità della miscela sottoponeva il motore elettrico a sforzo eccessivo e cominciava a diffondersi nell’aria uno strano odore di bruciato. Non potevo certo fermarmi a quel punto, anche perché dovevo aggiungere uova, zucchero e scorza di limone grattugiata, preparati a parte.  Per fortuna il liquido stemperava la densità dei latticini e salvava il motore del frullino. Acceso il forno e portato a 180°, versato il composto cremoso sulla copertura di marmellata di lamponi, per scoprire che un goccio di più avrebbe provocato la tracimazione dalla tortiera, infornavo il tutto raccomandandomi a San Pancrazio, il santo grasso e giammai sazio e a San Telemaco, protettore dello stomaco.
Cinquanta minuti, diceva la ricetta. A trentacinque, la finestra sul forno mi mostra uno strano blob di color dorato scuro che respira come cosa viva, giuro che sale e scende, minacciando di traboccare dal contenitore e dilagare nel forno e chissà dove. Abbasso la temperatura, anche perché il colore brunito della superficie non promette bene. Ancora un quarto d’ora. Tengo sotto osservazione l’organismo, che pare aver messo da parte le cattive intenzioni espansive e contenersi negli spazi assegnati.
Finalmente il forno si spegne, il suono del campanello giunge liberatorio come l’annuncio che la scuola è finita e iniziano le vacanze. Ma, attenzione: il forno andrà aperto subito o un poco alla volta? La torta, o l’entità prodottasi all’interno dell’incubatrice, risentirà della temperatura esterna e reagirà violentemente o accoglierà l’aria dell’ambiente come una carezzevole brezza rinfrescante? Scelgo la via di mezzo e apro parzialmente la porta allungando lo sguardo sulla creatura che ha smesso di respirare, o almeno così sembra e sulla cui superficie si sono prodotte crepe che rivelano dense vene giallognole di crema. Dopo dieci minuti, prendo coraggio ed estraggo l’essere ormai apparentemente inoffensivo — non si sa mai, ma ho pronto un cucchiaio di legno per rintuzzare qualsiasi colpo di coda – e lo appoggio sul tavolo. L’aspetto non è granché, tanto che rinuncio alla copertura di lamponi: la superficie è troppo irregolare. Poi, però, col passare dei minuti, tutto sembra sistemarsi, come se i tessuti avessero la divina o aliena facoltà di autoripararsi, cosicché la crepe si rimarginano, la superficie si regolarizza e assume una conformazione pianeggiante. Sì, certo, la rotondità non è degna di Giotto – ma chi l’ha mai visto davvero il suo tondo? – e le rughe ai bordi invecchiano non poco l’aspetto generale, ma con i lamponi sopra e una spruzzata di zucchero vanigliato, quasi non ci si accorge. E poi è la prima e la prima non si scorda mai. Ed è anche buona! Una bomba calorica devastante.

orecchioIo non so se esista un copione già scritto , chi sia lo sceneggiatore, se ci sia solo il soggetto e per il resto si va a braccio, ma dopo avere espresso i  miei buoni propositi, la sorte mi ha già messo alla prova. Ieri sono andato a comprare una paio di cose che mi servono per preparare la mia prima torta (tra i buoni propositi non ancora espressi c’è anche quello di diventare pasticcere) e, avvicinandomi alla macchina, mi sono accorto che qualcosa non andava, come se soffrisse di una mancanza. Mi ricordava qualcosa, un vecchio caso di cronaca nera degli anni ’70, un sequestro di persona, il rampollo di un miliardario americano, i cui rapitori, per convincere i familiari a pagare il riscatto, gli mozzarono un orecchio. Ecco, alla mia povera macchina mancava un orecchio, cioè, uno degli specchietti laterali, il destro per la precisione, quello a lato del marciapiede, che significa non il passaggio di una vettura in strada troppo rasente la mia, ma il proditorio intento di un pedone di danneggiare la mia auto prendendone a ceffoni il retrovisore, che ora pendeva tristemente dalla portiera con i suoi tiranti metallici, allungati mollemente come tendini di un muscolo strappato all’osso su cui era avvolto, come corde di un violino spaccato a metà, come le funi di uno scalatore precipitato in un crepaccio, come le gomene di un battello travolto dalla tempesta, come la corda a cui avrei voluto appendere il teppista, ma che purtroppo mi era sfuggito.
Ieri sera, poi al tg regionale, la rivelazione: un ragazzo è stato arrestato mentre era intento a danneggiare le auto in sosta prendendo a calci portiere e specchietti. È lui! Dove? — ho gridato. In zona Maciachini! — ha risposto il cronista dal televisore. Non è la mia zona — ho ribattutto, ma lui già non mi ascoltava più ed era passato ad altra notizia. Già mi vedevo impugnare il cric e picchiare colpi sulle mani del vandalo fino a fargli schizzare le falangi sul soffitto del commissariato, come in quel gioco del luna park dove più forte pesti su una leva e più in alto lanci il peso. Poi mi sono ricordato i buoni propositi per il 2011 messi nero su bianco, anzi, bit su bit nel blog e ho provato vergogna. Solo il 2 gennaio e già mi sono rimangiato tutto. No, non va bene iniziare così, mi sono detto. Ho deposto il cric e ho idealmente perdonato il teppista carezzandogli la guancia e passando la mano sull’orecchio destro per saggiarne la consistenza, giusto per calcolare quale coltello avrei potuto usare per farne un portachiavi.  Ora, scrivo queste righe col micio sul braccio, che rende molto più faticoso battere sui tasti e valuto la possibilità di fare un portachiavi con la sua coda.