Ho passato un giorno e mezzo a sistemare la metà dell’archivio dei dischi che era ancora fuori posto, scontando male di schiena e di mani: l’una sembra di legno e le altre di mozzarella. Non sono ancora completamente soddisfatto, perché l’archivio andrebbe rivisto radicalmente con un criterio di selezione più severo, in modo da eliminare l’inutile per far posto all’utile, ma è difficile. Però il colpo d’occhio è soddisfacente: quasi nessun disco in giro, tutti in bell’ordine alfabetico negli scaffali, persino spolverare è diventato più agevole anche se non più frequente. Ieri cercavo un disco e non l’ho trovato. Eh già, per forza, ricordo bene di averlo lasciato fuori, perché serviva per un articolo che sto scrivendo e quindi è nella pila dei dischi “da lavorare”. E invece no. Non c’è. Ricontrollo l’ordine alfabetico e non c’è. Poi verifico l’ordine alfabetico, che è sezionato in più settori (è troppo complicato da spiegare, comunque comincia e termina più volte) e non risulta. L’avrò classificato per nome e non per cognome? Può darsi, ma è uno di quei musicisti che ha le iniziali uguali per nome e cognome, quindi sarà un po’ più a sinistra o un po’ più a destra, ma sempre alla stessa lettera. Nulla. Nemmeno l’ordine analfabetico. Se non avessi male alle mani mi verrebbe voglia di scardinare gli scaffali per capire dove diavolo si è nascosto il disco. Controllo almeno cinque volte tutti i posti dove ipotizzo potrebbe essersi infilato, ma niente. Non si trova. Lascio perdere e scrivo il pezzo a memoria. Penso: è così che lavorano i giornalisti, poi è ovvio che le recensioni sono quel che sono e i musicisti non vi si riconoscono. Penso anche: tanto i musicisti non si riconoscono quasi mai nelle recensioni, poiché hanno una visione soggettiva della loro opera, mentre dalla parte dell’ascoltatore ci sono altre orecchie, occhi, cervelli, che percepiscono una realtà tutta diversa. È come quando ascolti per la prima volta la tua voce registrata, che hai sempre sentito con  l’orecchio interno. Non ti riconosci. Te ne vergogni anche un po’. le cadenze, le inflessioni, il timbro, il tono, non sembrano appartenerti. Lo stesso vale per i musicisti che danno in pasto le loro composizioni agli altri. Ognuno vede e sente quel che gli suggerisce la sua sensibilità e fantasia. Ma divago. Torniamo al disco scomparso. Lessi da bambino che le cose perse non sono nel posto sbagliato, ma vengono rubate da dei folletti maligni e finiscono nel paese degli oggetti smarriti. Come tornano indietro? Non lo ricordo, ma qualcosa devo avere fatto per riscattare il disco, perché stamattina era lì, esattamente dove lo cercavo, dove l’avevo messo e dove doveva essere in perfetto, preciso, ineffabile ordine alfabetico.

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