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Luca Barbarossa è un cantautore da sempre un po’ snobbato. Le sue canzoni, tranne qualche eccezione, non possono dirsi di “impegno”. Annoverato tra i cosiddetti artisti di sinistra, non ha mai fatto dell’appartenenza politica un grimaldello per aprire porte e portoni. Scrive con coerenza pezzi romantici, intimisti, che raccontano storie piccole di vita quotidiana, di sentimenti semplici, dall’inizio della sua carriera discografica, che possiamo datare al 1981, quando irruppe nelle radio col 45 giri (allora si vendevano ancora) Roma Spogliata, anticipo di un bel disco d’esordio eponimo, prodotto da quel genio ondivago, disilluso, innamorato perso del rock ‘n’ roll, che è Shel Shapiro. Trent’anni di carriera, un festival di Sanremo vinto nel 1992 con un pezzo, Portami A Ballare, a dir poco ruffiano, ma più che dignitoso, mai un pettegolezzo o una voce extra-musicale, mai una sbandata verso la conduzione televisiva o un cambiamento di mestiere qualsiasi solo per far parlare di sé. Un vero “operaio” della musica: centinaia di concerti, una quindicina di dischi (relativamente pochi rispetto ad altre carriere anche più brevi), la chitarra acustica sempre a tracolla, ricordo di quella passione west-coast che ha segnato la sua e la nostra esistenza una quarantina d’anni fa. Per il grande pubblico, però, l’impressione è che stia sempre ricominciando da capo: quando salta fuori il suo nome sembra si stia parlando di un reduce, uno sparito per chissà quanto tempo, che si sia arruolato nella legione straniera, abbia passato un periodo di ripensamento, come si dice quando si finisce in clinica o si cambia mestiere e si diventa taxista o lattaio. E invece praticamente non ha mai smesso. Tra l’altro, dall’anno scorso conduce un bel programma su RadioDue RAI al mattino del sabato e della domenica, RADIODUE SOCIAL CLUB, tra interviste ad ospiti in studio, canzoni dal vivo con una ricca band e sketch che rimandano ai tempi gloriosi del varietà alla radio. Personalmente ricordo un’intervista che gli feci nell’86: giustamente si lamentava un po’ del fatto che molta stampa lo trattava come una specie di nipotino di Lando Fiorini, per questa sua “passionaccia romana” che emergeva prepotente in tanti suoi successi, a cominciare da Via Margutta.
Ora sta girando l’Italia con uno spettacolo di musica e teatro satitrico e umoristico (non so perché, ma non mi piace chiamarlo cabaret, che sa tanto di tv), tra i più divertenti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Nonostante il titolo banalotto, Attenti a quei 2, per due ore e mezzo (!!!) Barbarossa ci porta in giro per il suo vasto repertorio, recente e no, accompagnato da un ottimo quintetto (due chitarre, basso, batteria, tastiere) assieme a quel bravo attore, non solo comico, che è Neri Marcoré, più noto al pubblico televisivo come imitatore di Pierferdy Casini, del più spassoso e somigliante Gasparri catodico in circolazione, di Silviuccio nostro (of course), di uno schizofrenico Di Pietro, di Amedeo Minghi e di un fantastico Alberto Angela. Anche Barbarossa, con una buona dose di autoironia, si lascia volentieri prendere in giro e maltrattare, condividendo il palco con un personaggio che rischierebbe di rubargli la scena (Marcoré è anche buon cantante e chitarrista), se lo spettacolo non fosse ben calibrato e se Luca non potesse contare sull’appoggio del suo pubblico più fedele, in prevalenza femminile, non foltissimo e scalmanato l’altra sera alla Festa Democratica di Milano al PalaSharp, tuttavia caldo e prodigo di complimenti, applausi e grida di sostegno.
Nel 2011 ci si attende che questo operaio della musica diventi almeno caporeparto: se lo merita.

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