L’altro giorno ho accompagnato mio nipote, che ha sedici anni, a comprare la sua prima chitarra elettrica. Ancora non sa suonare, ma vorrebbe imparare. Le premesse sono buone e le intenzioni pessime: alla mia domanda su quali siano i chitarristi o i gruppi che gli piacciono ha già risposto Slash e AC-DC. Gli abbiamo già regalato il DVD di Joe Bonamassa alla Royal Albert Hall e masterizzato una compilation in MP3 con i peggiori “figuri” del blues e del rock degli ultimi 50 anni, da Jimi Hendrix a Ben Harper, passando per chiunque vi venga in mente e che abbia a che fare con una Stratocaster, una Les Paul, una 335 e un Marshall da 200W. Appena imbracciata la chitarra nuova e acceso l’amplificatore si è notata subito una certa tendenza ad alzare il volume, saturare il suono e “spettinare” i circostanti, genitori e parenti, che ho già visto impallidire, pensando alle conseguenze future nei rapporti col vicinato. Mi ha fatto venire in mente quando mio padre mi comprò il primo strumento professionale. Era il 1976. Andammo in un appartamento in Piazza Duomo, dove un pianista americano aveva una stanza. Aveva acquistato un piano Fender Rhodes per fare un tour non ricordo con chi, ma doveva tornare subito negli Stati Uniti e aveva necessità di venderlo. Era praticamente nuovo. Ce lo portammo via ed ero emozionatissimo. Avevo già messo le mani su strumenti “veri”, a parte il pianoforte di casa,  ma averne uno davvero mio non mi era mai capitato. Be’, quel piano elettrico ce l’ho ancora e oggi occupa un bel pezzo di soggiorno. Ho sempre resistito alla tentazione di venderlo, anche quando per un lungo periodo, non ho più toccato un tasto, di nessuno strumento. L’odore degli strumenti elettrici mi fa pensare sempre alle cantine, perché da ragazzino ne ho frequentate parecchie. Era l’epoca in cui per suonare ci si rifugiava nei sotterranei delle case – quelli ancora con le indicazioni dei rifugi antiaerei – opportunamente sistemati, ma neanche troppo, arredati con i sedili vecchi delle automobili, qualche sedia o sgabello di legno e ai muri le casse degli amplificatori. Solo successivamente qualcuno pensò di realizzare delle “sale prova” per tutti quei ragazzi che volevano suonare insieme ad un volume adeguato, senza incorrere nelle ire di genitori e vicini, che vedevano dondolare i lampadari e si chiedevano se fosse il terremoto, il batterista del piano di sopra che si esercitava sul tempo di Moby Dick o il bassista della porta accanto che provava il riff di Space Truckin’. Certo, le sale prova costavano, il prezzo orario ti metteva addosso una certa ansia di sfruttare fino in fondo il tempo acquistato, non c’era la rilassatezza della cantina, a volte deleteria per la qualità della musica; d’altra parte ci si poteva sfondare i timpani senza problemi, a parte quelli auricolari. Ogni piacere ha il suo prezzo, come le medicine gli effetti collaterali. E all’epoca non erano così diffuse le cuffie, si diventava sordi con i coni JBL direttamente nel padiglione.
Un augurio per questo giovane chitarrista in erba mi sento di formularlo: qualunque uso farà della musica, professionale o da dilettante, l’importante è che ne tragga sempre il massimo piacere, perché la musica non tradisce e non abbandona mai, c’è sempre quando la cerchi e se ne sta in disparte quando non la vuoi. Ogni riferimento a persone esistenti è puramente banale, casuale e, soprattutto, irreale.

Annunci