Archive for aprile, 2010


L’altro giorno ho accompagnato mio nipote, che ha sedici anni, a comprare la sua prima chitarra elettrica. Ancora non sa suonare, ma vorrebbe imparare. Le premesse sono buone e le intenzioni pessime: alla mia domanda su quali siano i chitarristi o i gruppi che gli piacciono ha già risposto Slash e AC-DC. Gli abbiamo già regalato il DVD di Joe Bonamassa alla Royal Albert Hall e masterizzato una compilation in MP3 con i peggiori “figuri” del blues e del rock degli ultimi 50 anni, da Jimi Hendrix a Ben Harper, passando per chiunque vi venga in mente e che abbia a che fare con una Stratocaster, una Les Paul, una 335 e un Marshall da 200W. Appena imbracciata la chitarra nuova e acceso l’amplificatore si è notata subito una certa tendenza ad alzare il volume, saturare il suono e “spettinare” i circostanti, genitori e parenti, che ho già visto impallidire, pensando alle conseguenze future nei rapporti col vicinato. Mi ha fatto venire in mente quando mio padre mi comprò il primo strumento professionale. Era il 1976. Andammo in un appartamento in Piazza Duomo, dove un pianista americano aveva una stanza. Aveva acquistato un piano Fender Rhodes per fare un tour non ricordo con chi, ma doveva tornare subito negli Stati Uniti e aveva necessità di venderlo. Era praticamente nuovo. Ce lo portammo via ed ero emozionatissimo. Avevo già messo le mani su strumenti “veri”, a parte il pianoforte di casa,  ma averne uno davvero mio non mi era mai capitato. Be’, quel piano elettrico ce l’ho ancora e oggi occupa un bel pezzo di soggiorno. Ho sempre resistito alla tentazione di venderlo, anche quando per un lungo periodo, non ho più toccato un tasto, di nessuno strumento. L’odore degli strumenti elettrici mi fa pensare sempre alle cantine, perché da ragazzino ne ho frequentate parecchie. Era l’epoca in cui per suonare ci si rifugiava nei sotterranei delle case – quelli ancora con le indicazioni dei rifugi antiaerei – opportunamente sistemati, ma neanche troppo, arredati con i sedili vecchi delle automobili, qualche sedia o sgabello di legno e ai muri le casse degli amplificatori. Solo successivamente qualcuno pensò di realizzare delle “sale prova” per tutti quei ragazzi che volevano suonare insieme ad un volume adeguato, senza incorrere nelle ire di genitori e vicini, che vedevano dondolare i lampadari e si chiedevano se fosse il terremoto, il batterista del piano di sopra che si esercitava sul tempo di Moby Dick o il bassista della porta accanto che provava il riff di Space Truckin’. Certo, le sale prova costavano, il prezzo orario ti metteva addosso una certa ansia di sfruttare fino in fondo il tempo acquistato, non c’era la rilassatezza della cantina, a volte deleteria per la qualità della musica; d’altra parte ci si poteva sfondare i timpani senza problemi, a parte quelli auricolari. Ogni piacere ha il suo prezzo, come le medicine gli effetti collaterali. E all’epoca non erano così diffuse le cuffie, si diventava sordi con i coni JBL direttamente nel padiglione.
Un augurio per questo giovane chitarrista in erba mi sento di formularlo: qualunque uso farà della musica, professionale o da dilettante, l’importante è che ne tragga sempre il massimo piacere, perché la musica non tradisce e non abbandona mai, c’è sempre quando la cerchi e se ne sta in disparte quando non la vuoi. Ogni riferimento a persone esistenti è puramente banale, casuale e, soprattutto, irreale.

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Sto facendo un lavoro un po’ così. Non è che sia brutto, ma neanche bello. È un lavoro e come tanti lavori ha le sue noie, le sue leggerezze e, lo riconosco, anche una certa utilità. In pratica telefono a casa della “ggente” per sapere che cosa pensa di questo e quello. Esatto, faccio il sondaggista, come quelli della tv, solo che in televisione, giacca e cravatta e foglietto in mano, mostrano i risultati del sondaggio con cartelli colorati e vignette, mentre il lavoro “sporco” lo faccio io assieme a centinaia di colleghi. Ora, come dicevo, non è così brutto, in fondo non vendiamo prodotti, anzi, acquisiamo opinioni e non siamo così invasivi. Certo, telefonare alla “ggente” mentre sta mangiando non è sempre simpatico e qualche insulto ce lo becchiamo, i telefoni sbattuti in faccia sono un discreto numero, ma, con mia sorpresa, sono molte di più le persone che si dispiacciono di non poter rispondere, perché hanno da fare. L’importante è non prenderla sul piano personale: non ce l’hanno con te, neanche ti conoscono, semplicemente ce l’hanno con lo scocciatore che ti ha mandato, tu sei solo il sicario e come sicario il tuo atteggiamento deve essere assolutamente distaccato rispetto alla missione. Zen, direi. Io ho sempre un po’ maltrattato chi fa questo lavoro, soprattutto se tentava di intortarmi con storie improbabili (Lo sa che da oggi può non pagare più il canone del telefono? ma vaff…) e ora sto scontando il mio contrappasso. Pensavo, però, di meritare una pena peggiore. I fanculisti devono alloggiare in qualche girone superiore del Purgatorio e non nelle più profonde bolge infernali.
Ci sono aspetti buffi e drammatici, a volte anche nella stessa telefonata, persino grotteschi, come quando il “sondando” accetta di essere sondato, diciamo su temi politici, e poi non vuole confidarti per chi ha votato, perché il voto è segreto: “ma perché ti devo raccontare i fatti miei?” “Perché ha accettato di rispondere alle mie domande.” “Quando?” “Un minuto fa” “Be’ allora non ho più voglia.” “D’accordo, ma non si arrabbi che la vita è breve.” “E la mia età non gliela dico.” “Me l’ha detta prima.” “Vabbe’, però non le dico per chi ho votato.” “Ok, nessun problema. Passiamo ad un’altra domanda: le dirò dei nomi di politici e lei mi dirà da uno a dieci quanta fiducia vi ripone.” “Va bene.” “Berlusconi.” “10!!!” “Bersani.” “1!!!” Fini.” “Ahhhhh!!!” E via così.
È buffo quando infili cinque o sei telefonate di seguito e senti che non hanno tempo perché stanno per uscire, tutti, uno dopo l’altro. Ma dove vanno tutti quanti alle otto di sera? Sono strane coincidenze. Ci sono quelli che non rilasciano interviste al telefono non concordate precedentemente, possibilmente via telefono. C’è chi teme che alla fine voglia vendergli comunque qualcosa, dalle pentole all’appartamento, ma la cosa più malinconica sono i vecchi. Sì, i vecchi, non gli anziani, perché quelli, anche a 90 anni, ti rispondono con la prontezza di un quarantenne rampante. No, i vecchi sono quelli che ti rispondono: “siamo due anziani, non sappiamo niente, non ci interessa niente, non ci serve niente, non leggiamo niente, non sentiamo niente, ci lasci in pace – non lo dicono, ma sembra che tra “lasci” e “in” vogliano inserire “morire” – e ti viene rabbia e tristezza, perché pensi che anche tu potresti finire così un giorno, che non è giusto, che non è questione di nord e sud, perché sono risposte che vengono da Bovolone come da Anzio, da Fossano come da Salemi e Ploaghe. A volte basta poco per risvegliarli: una battuta, un motto, una parola detta nel modo giusto, li fai sorridere e, anche se non rispondono alle domande, li saluti con piacere e loro ti augurano buona serata. Ma spesso non va così: il sapore delle parole è amaro, sono cortesi, malinconicamente cortesi, ma rassegnati, la realtà passa sopra di loro e pare lasciarli indifferenti, ma li seppellisce ogni giorno di più e la morte non li coglierà vivi.
A parte questo è interessante sentire gli umori delle persone e quel che faccio non è tanto diverso dal mio lavoro precedente, quando correva animata la conversazione. Qui non è che possa permettermi di ribattere o argomentare. In compenso lo fanno loro: non ho tanto tempo, mi dicono, ma poi, quando chiedi una risposta secca, i “sondati” non si accontentano e vogliono spiegare, anche se tu non prendi nota, perché non ti compete, ma vogliono comunque approfondire il tema ed è difficile resistere alla tentazione di aprire il dibattito. Mi pare di percepire molta rabbia e senso di impotenza, diffidenza e, tutto sommato, anche ironia, perché in fondo siamo in Italia e non si può pretendere. A volte la stessa rassegnazione dei vecchi, anche in persone di mezza età, che vorrebbero svuotare il parlamento e farci un ostello della gioventù, “perché i giovani sono il nostro futuro e bisogna dare loro le opportunità”. E i vecchi? Bivaccano davanti alla tv, tra quiz, ballerine e risse che non capiscono.
Il più simpatico ieri sera verso le 21:30:”Senta, stavo facendo addormentare la bambina. Se adesso si sveglia vengo lì!” Stasera, per un sondaggio su un quotidiano: “non leggiamo giornali, qui siamo tutti ALFABBETI!”

lucrezioAttila mi dice che non è soddisfatto della copertina del libro. Soprattutto perché il suo muso compare in quarta, mentre suo fratello Rossini nel precedente Gatto-capra è in prima e, per di più, molto più giovane, praticamente cucciolo con gli occhi ancora azzurri. Io gli faccio notare che la zampa in “prima” appoggiata sulla tastiera del pianoforte, il Mio pianoforte, gli conferisce un aura “colta” e misteriosa, che Rossini neanche si sogna. Lui mi risponde che l’infingardo congiunto si vanta della sua riconoscibilità al primo impatto, mentre la zampa è anonima, potrebbe essere quella di qualunque gatto. Inoltre, la foto in quarta lo mostra leggermente sovrappeso, ulteriore elemento di scherno da parte del fulvo-peloso. Da parte mia sottolineo che la nota interna gli attribuisce proprietà di zampa e muso e che, effettivamente, se mangiasse meno e si muovesse un poco di più, la sua linea migliorerebbe. La foto ha ritratto la realtà. Sì, ribatte lui, ma la tecnologia informatica mette a disposizione strumenti che piegano la realtà ai nostri “desiderata”. A momenti cado dalla sedia a sentire citare il latino da Attila, che mai l’ha studiato, a meno che non sia stato lui a mettere fuori posto l’antologia dei poeti latini che mi regalo vent’anni fa il professor Claudio Annaratone, quando lo assistevo nella sua trasmissione radiofonica di critica d’arte. Ho trovato “orecchie sulle pagine di Capro, Capitone, Cornuto, Gallo, Macrobio, Tuberone, Urso, vai a capire perché.
A parte che i tuoi “desiderata” non è detto che coincidano con i miei, gli oppongo, non mi impressioni certo con le citazioni colte e Photoshop non ce l’ho e anche se l’avessi avuto non l’avrei usato, perché un muso pacioso come il tuo in copertina piace più di uno smunto.
Ecco, sono diventato strumento di marketing, soffia lui, servo solo a vendere più copie.
Infatti: è chiaro che Belen Rodriguez avrebbe reso molto di più, ma mi ha detto che non poteva questa volta, per ragioni contrattuali, ma per il prossimo libro è a mia completa disposizione. Inoltre, sarebbe ora che tu e tuo fratello cominciaste a guadagnarvi da vivere, invece di scroccare vitto e alloggio da oltre otto anni, danneggiando casa, mobili, abiti, arredi e seminando peli ovunque, anche in quello che mangiamo.
O tempora, o mores, cita lui: se sei glabro è un problema della tua specie, che ti costringe a coprirti per proteggerti dal freddo e dalla vergogna di mostrare il tuo corpo com’è. Ti ricordo che sei l’unica specie vivente che si comporta così. Una ragione ci sarà: Quid enim contendat hirundo cygnis, aut quidnam tremulis facere artubus haedi consimile in cursu possint et fortis equi vis?
E sui versi dal De Rerum Natura mi volta le terga a coda dritta e si allontana verso il divano lasciandomi basito. Rossini ridacchia e strizza un occhio. Per rimanere in contesto animalista metto su i Commitments: Mustang Sallyyyyy….

locandinaSi comincia!
Per chi abita a Milano e dintorni, segnalo un appuntamento per il 23 aprile a Cuggiono, a cura dell’associazione culturale Equi-Libri, dove cinque autori, tra cui il sottoscritto, presenteranno le loro opere più recenti. Io ci sarò con Silenziosa(mente).
L’incontro sarà alle 20,45 circa in Via San Rocco 48, presso il Centro Polifunzionale Le Radici e le Ali, a Cuggiono.

Ci sarà, probabil(mente), anche un rinfresco e, soprattutto, libri da acquistare per voi e per i prossimi regali di Natale – mancano solo otto mesi, non vorrete farvi trovare impreparati all’ultimo momento, no!?

Vi aspetto a milioni!