Archive for gennaio, 2010


risiko12La volontà è nulla senza ragione.
Il desiderio è niente senza un motivo.
Voglio, mi sforzo, perché?
Dobbiamo avere delle mete per agire.
Dobbiamo avere degli obiettivi da raggiungere.
Dobbiamo avere una RAGIONE per vivere.
Anche solo per lasciarsi vivere.
Il problema è: dove trovarla?
Dentro? Fuori? Ovunque?
Nell’aria? Nei corpi? Nelle menti?
E se non ci fosse? E se fosse solo un’illusione?
In realtà è tutto uno scherzo, una casualità, un gioco in cui siamo finiti per sbaglio, pedine che qualcuno muove: mi sento candela, fungo, papera o fagiolo?
Mi muovo tra Parco della Vittoria e Vicolo Corto o attacco la Kamchatka e dò l’assalto all’Alaska?
Faccio terno o lancio i dadi e punto al sette?
Ma chi sta giocando?
Brutta cosa il mal di denti.
Non dormi e, se non bastasse, ti fai troppe domande che tengono sveglio e fanno più male della carie.

rhodesÈ stato con me per 33 anni, non ci siamo mai separati da quando nel 1976, lui aveva solo un anno e io 14, mi è entrato in casa. Quanto tempo abbiamo passato assieme! Pomeriggi, serate, notti a studiare, a divertirsi, a sperimentare nuove inclinazioni, esperienze elettroniche e psichedeliche, qualche faticosa trasferta, talvolta non indolore. 33 anni di amicizia mai tradita. E ieri l’ho visto andare, portato a spalla da due amici. Ho detto loro di trattarlo bene, non fargli sentire troppo la mia mancanza. Mi sono fatto promettere che potrò andare a trovarlo nei prossimi giorni, giusto per rendermi conto che stia bene nella sua nuova provvisoria collocazione.
Poi, però, sono sicuro, tornerà a casa, quando si sarà rimesso. D’altra parte, dopo 33 anni di onorato servizio qualche manutenzione si rende necessaria. Anche uno strumento solido e robusto come il piano Rhodes Mark I sente il peso dell’età, pur senza darlo a vedere. Credo sia il più bel regalo che mi abbia fatto mio padre quando ho finito le scuole medie o giù di lì. Ho sempre resistito alla tentazione di venderlo, nonostante il peso, l’ingombro, le crisi e tanto altro. Separarsi dagli strumenti musicali mi è sempre costato e non ho la mentalità dell’affarista, come quelli che trafficano continuamente. Poi, è uno strumento così speciale, che quasi tutte le persone conosciute che l’hanno venduto, pentite, dopo poco se lo sono ricomprato. Vabbe’, questione di poche settimane, poi riempirà nuovamente il vuoto fisico e sonoro che ha lasciato in casa. Farò festa.

bdf14La notte scorsa ci ha lasciato Bruno de Filippi. Aveva 80 anni.
La sua armonica cromatica la potete sentire in centinaia di dischi italiani, dagli anni 70 in poi, a cominciare da quelli di Mina, quando ancora la Tigre si esibiva in pubblico. È la stessa armonica che introduce Je so’ pazzo del primo Pino Daniele. La sua fortuna fu Tintarella di Luna, composta assieme a Franco Migliacci nel 1959 per i Campioni, il gruppo in cui militava come chitarrista, poi ripresa da Mina, che la trasformò in una hit stellare. Ma la carriera di Bruno de Filippi spaziò dalla musica leggera al jazz internazionale, con collaborazioni del calibro di Toquiño, Rossana Casale, Dalida, Adriano Celentano, Enzo Jannacci, Angelo Branduardi, Caterina Valente, Gino Paoli, Johnny Dorelli, Ornella Vanoni, Articolo 31, Louis Armstrong, Bud Shank, Barney Kessel, Lee Konitz, Toots Thielemans, Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Les Paul, Tullio De Piscopo, Enrico Intra, Franco Cerri, Guido Manusardi, Dino Betti, Renato Sellani, Laura Fedele, e decine e decine d’altri.
La sua discografia personale inizia con Energetic Line del 1978, registrato con l’amico organista Gigi Marson. Segue Harmonica del 1986 e il bellissimo Portrait in Black and White del 1989. Successivamente altre belle prove, come Different Moods, In New York col Don Friedman trio,  col quale incise anche You and The Night and The Music, Lili Marlene, You My Love, il malinconico omaggio all’amatissima moglie Mimi, appena scomparsa,  I love Paris, dedicato alla Ville Lumière,  Senti che Lune, col fisarmonicista Gianni Coscia e, ancora con Friedman, Alone Together.
Dagli anni ’90 comincia a girare il mondo e a farsi conoscere ovunque come jazzista, dagli USA al Giappone, trovando sempre un pubblico caloroso che lo accoglie come una star.
Il mio primo ricordo personale risale alla fine degli anni 80, quando lo invitai in radio per parlare del suo disco appena uscito, Portrait In Black and White. Poi il rapporto si prolungò in occasione di una lunga serie di trasmissioni dal titolo Brava Mina, che condussi sfruttando le conoscenze e l’aneddotica di Bruno e le passioni di due fan come Piera Pasotto e Marco Castiglioni, che mi fornirono materiale prezioso e rarissimo.
Ogni tanto ci si trovava a qualche concerto. L’ultima volta credo di averlo incontrato al BlueNote l’anno scorso e sicuramente l’ho visto suonare sul palco del Dal Verme in occasione degli ottant’anni di Peppino Principe.
Basso di statura, sempre elegante, non so se fosse una coincidenza, ma da quando aveva perso la moglie mi capitava spesso di vederlo vestito di bianco.
Bruno de Filippi non era solo un piccolo grande musicista, ottimo armonicista e brillante chitarrista, ma anche una brava persona, un uomo buono, ironico, simpatico.
Ci mancherà.


Da lunedì mattina sono rimasto quasi isolato dal mondo. Se non fosse stato per il cellulare non avrei potuto comunicare col resto dell’universo, perché la rete mi aveva lasciato. Era già successo all’inizio dell’anno, ma un bravo tecnico di Tiscali era riuscito, in qualche decina di minuti, tra attesa e verifica, a ripristinare la rete, che gestisce anche i telefoni fissi (ne ho due). Lunedì, invece, il “bravo” tecnico di Tiscali mi comunicava che effettivamente la rete era down e avrebbero fatto una verifica in un periodo tra le 24 e le 96 ore. 96 ore – dico io – sono un tempo lunghissimo. No – risponde lui – sono un tempo ragionevole se sapesse come funziona l’ADSL, sono migliaia di connessioni da verificare. Iniziava così un tira e molla di tesi e contro-tesi, io ad attaccare, lui a difendere l’azienda, che, ad un certo punto, ho interrotto pensando che quelle telefonate sono spesso registrate dalla società e obbligano il tecnico a parlare in un certo modo sapendo di essere controllato. Inoltre, era al centro della vertenza sindacale Omnia, la società alla quale Tiscali aveva esternalizzato l’assistenza e che ora stava recuperando internamente. Insomma, abbozzavo e speravo che i tempi fossero ragionevoli. Tra l’altro cominciavo ad avvertire i sintomi dell’influenza che mi stava saltando addosso (fosse stata almeno thailandese avrei immaginato un massaggio rilassante) e mi avrebbe costretto a letto fino a stamattina. Mercoledì, miracolosamente, arrivavano i tecnici per informarmi del decesso del mio modem e della sua sostituzione entro martedì prossimo. Senza la forza di reagire elevavo una prece per il de cuius e attendevo con fiducia. Nel frattempo trovavo la forza di fare un tentativo con un modem Alice ereditato da mio fratello, ma risultava vano, perché, come mi informava mio nipote tredicenne, ingegnere informatico di famiglia,  i modem forniti dai provider funzionano solo con quel provider. Stamattina la lieta sorpresa e l’arrivo del nuovo modem, vivissimo, lucido e scattante, con ben quattro giorni d’anticipo rispetto ai tempi previsti. Un complimento grato a Tiscali, per l’efficienza e la comprensione verso i suoi clienti.

Nel frattempo, però, ho trascorso quattro giorni abbastanza particolari, tentando di sbobinare una lunga intervista tra uno starnuto e un accesso di tosse, senza quasi mangiare per la nausea e un cerchio alla testa permanente. Di leggere non se ne parlava, nemmeno a letto. Tra l’altro mi sto infliggendo “La Città della Gioia” di Dominique LaPierre, praticamente un giro all’inferno degli slum di Calcutta, che non solleva troppo lo spirito. Allora, per completare il quadro tragico, ma senza stringere ulteriormente la morsa che mi premeva tempie e nuca, mi sono addentrato nelle vicende di Six Feet Under, la serie televisiva ideata da Alan Ball attorno alla famiglia Fischer, che gestisce a Los Angeles una impresa di onoranze funebri. Italia Uno ne aveva trasmesso le prime due stagioni ad ora molto tarda, un po’ per il contesto “nero”, un po’ per le connotazioni (omo)sessuali molto insistenti, soprattutto dalla terza stagione in poi. La famiglia è composta dal padre, che muore nella prima puntata, ma ri-compare come coscienza critica in ogni momento; la moglie vedova, che cerca di motivarsi attraverso relazioni bizzarre e corsi di autocoscienza; un figlio maggiore, belloccio,ex ribelle, immaturo, decisamente etero, sessualmente attivissimo, piuttosto abile nell’impegolarsi con donne problematiche; un secondo figlio decisamente omo, coinvolto in una relazione abbastanza tempestosa con un poliziotto nero; una terza figlia adolescente dall’identità sessuale incerta, che, a sua volta, resta incinta per colpa di un ragazzo sessualmente più incerto di lei e finisce per tentare un rapporto con Mena Suvari (quella di American Beauty), ma senza grossi esiti. Tutt’attorno, l’azienda familiare e i cadaveri che arrivano in laboratorio per l’imbalsamazione – l’esperto è un giovane immigrato messicano, che diventa socio grazie all’eredità di una vicina di casa – il rapporto coi dolenti, le differenti ritualità a seconda della religione professata, le riflessioni su vita e morte, elaborazione del dolore, senso dell’esistenza e così via, niente di troppo complicato – è un telefilm – ma abbastanza per coinvolgere lo spettatore non particolarmente impressionabile, anche se le cannule che aspirano il sangue e riempiono la salma di formalina possono creare qualche problema le prime volte. Devo dire che le  storie intricate dei protagonisti nelle ultime stagioni  (sono cinque in tutto e sono arrivato a metà della quarta) prendono eccessivamente il sopravvento su quanto suggerisce il contesto inizialmente, ma sono scritte abbastanza bene, restano credibili e si lasciano seguire, senza noia o momenti troppo statici. Se siete a letto per qualche malattia, possibilmente guaribile, è una visione che tiene compagnia. Interessante, nella terza stagione, la comparsa, tra i comprimari, di Kathy Bates, in un ruolo che, da principio, ricorda quello di Misery Non Deve Morire (chiaramente una citazione sottile), ma che si rivela infine tuttaltro. I titoli di testa sono geniali e accompagnati da un tema musicale straordinario scritto da Thomas Newman. Ah, naturalmente i “sei piedi” sono la profondità a cui si viene abitualmente sepolti.

Sono furioso. Lo sapevo che sarebbe successo. Non volevo farmene una ragione, mi dicevo “ma no, vedrai che stavolta fanno le cose per bene, hanno imparato, siamo anche sotto elezioni regionali, non possono sgarrare più di tanto” e invece l’hanno fatto. Stamattina esco di casa, passo vicino alla mia macchina e trovo una multa per sosta vietata sul parabrezza. Vado dall’ausiliare della sosta che me l’ha appena appioppata per contestarla e chiedere ragione e, da bravo robot (prima o poi li sostituiranno con macchine cibernetiche, il risultato sarà lo stesso) mi indica la strada del giudice di pace per fare ricorso e la porta di casa del vicesindaco per protestare. Ora, si dà il caso che il vicesindaco sia mio vicino di casa, lo vedo dalla mia finestra quando esce e quando torna con l’auto e l’autista del Comune e il lampeggiante sul tetto. Ma cosa c’entra il vicesindaco, vi chiederete voi che non abitate a Milano e non conoscete il prode Riccardo De Corato. Il vicesindaco, se fosse una divinità indù, sarebbe una dea Kalì al cubo: ha mille braccia, mille occhi, mille bocche, tocca tutto, vede tutto, dice tutto. Sì, certo, ogni tanto incorre in qualche topicch (in milanese significa inciampo, si pronuncia tupìc), ad esempio quando si lamenta di certi lavori pubblici, dimenticando che per molti anni, fino al 2006, ne è stato il responsabile, all’epoca delle due giunte Albertini (un caso eclatante è la Piramide al centro del Cimitero Maggiore, opera pubblica inaugurata nel 2005, che cade già a pezzi, con le salme nei loculi che scoppiano e i dolenti che vagano al buio e in mezzo all’acqua, per non parlare dei numerosi cantieri aperti e mai chiusi per i parcheggi sotterranei e quelli per i quali sono in corso inchieste della magistratura, come Piazza Bernini e Largo Rio de Janeiro, il manto stradale fatiscente, che si apre ad ogni pioggia e i masselli dei pavé che saltano) oppure quando, appena diventato assessore alla “fluidità del traffico” defenestrando il “povero” Edoardo Croci, afferma che l’Ecopass è una iattura, salvo poi riferire davanti alle telecamere, che il sindaco ha fatto un ottimo lavoro con l’Ecopass, che è da riconfermare. E che dire della sua delega alla sicurezza, che lo costringe a dichiarazioni alle agenzie a ripetizione, sia per lodare l’efficienza del suo assessorato, quando ottiene qualche risultato in termini di ordine pubblico, sia per affermare la propria incompetenza quando si trova nei guai e scarica la responsabilità sulla questura e sul prefetto. Insomma, mille mani, mille bocche, mille occhi, ma in contraddizione tra di loro. Il fatto è che l’autunno scorso, il “defenestrato” (l’ex assessore al traffico Croci) aveva spedito ai cittadini della mia zona, che è anche quella del Vicesindaco, un bell’avviso che diceva più o meno così: “stiamo attuando il regime di sosta regolamentata, ma non preoccupatevi voi residenti, non dovrete pagare, in quanto residenti, appunto. Per segnalare la vostra qualità di residenti avrete bisogno di un permesso apposito, ma non preoccupatevi nemmeno per questo, ve lo spediamo a casa noi.” Incoraggiante, no? Mi sono fidato. In realtà il permesso non è ancora arrivato, o meglio, a qualcuno è arrivato, a molti altri no. So di una conoscente che l’ha ricevuto con la targa di una macchina che non ha più da anni, ma si tratterà di un disguido, può capitare. E invece no. Oggi mi sono accorto che non dovevo fidarmi. E, finché non risolvo il problema, ogni giorno è buono per prendere multe, vale per me e per tutti i cittadini ancora senza permesso. Sarà una spirale infinita, una situazione kafkiana sempre più ingarbugliata, che comporterà perdite di tempo, esborso di denaro, carte bollate, discussioni, spiegazioni. Il passaggio da un assessore all’altro ha provocato il disagio e l’incazzatura per il cittadino, perché non solo le mani destre dell’assessore non sanno quello che fanno le sinistre, ma nemmeno il neo assessore sa quello che ha fatto l’ex assessore. O forse lo sa, ma non gliene importa nulla. Ho capito, ce l’ha con noi, ce l’ha con noi cittadini, gli diamo fastidio, vorrebbe che ce ne andassimo con tutte le nostre esigenze e lamentele. Vicesindaco, nonché assessore alla Sicurezza, nonché assessore alla Fluidità del Traffico, nonché assessore per i rapporti con il Consiglio Comunale, nonché assessore per l’attuazione del programma, nonché parlamentare, ci faccia un favore: se ne vada lei. Torni ad Andria, da dove è arrivato. Magari lì hanno bisogno di uno come lei, con il suo accento così tipico e la sua efficienza. Noi avremmo bisogno di un assessore che faccia il bene dei cittadini e lei non ha queste qualità.


Aggiornamento: sono sceso di nuovo e ho scoperto di avere appena preso un’altra multa, nello stesso giorno e nello stesso punto, perché un altro zelante funzionario del Comune è passato e mi ha trovato sprovvisto dell’apposito permesso, promesso dall’assessore e mai arrivato. Per di più il verbale è bello inzuppato di pioggia, quindi inutilizzabile per l’eventuale pagamento. Adesso mi manca solo la rimozione forzata. Arriverà anche quella.

Ultimissimo aggiornamento: mi sono procurato il permesso provvisorio valevole fino a luglio, con la promessa (un’altra!) che quello definitivo mi verrà spedito a casa in tempo. Mi vien da piangere.

attilaHo messo un lume fuori dalla finestra, stasera, per segnalare alla Befana dove portare l’anno nuovo, che indosserò per i prossimi 365 giorni, prima che lo consegni a qualcun altro. Non si sa mai, di questi tempi, le consegne sono sempre un po’ incerte. È vero che l’altro giorno mi è arrivata una lettera dal tribunale di Reggio Emilia indirizzata a tutta la via, senza il numero civico e con il CAP della parte opposta della città, ma la Befana è pure vecchiotta, non vorrei che si sbagliasse.