Archive for dicembre, 2009


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Dice il proverbio:

MORTO UN ANNO SE NE FA UN ALTRO!

AUGURI A TUTTI!!!!

Io non posso sapere se è una storia vera e se si è svolta esattamente in questo modo, ma è certamente verosimile. Oltre tutto, chi la racconta si qualifica con nome e cognome. Si attende smentita o altra versione.

http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/cronaca/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia.html

…che non si è fatta attendere troppo.

http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/cronaca/ragazzo-braccia/fs-scuse/fs-scuse.html

Mi vien male a denigrare la Apple, perché è dal 1994 che uso questi meravigliosi computer e non c’è PC che tenga, ma dato che, come sa chi è passato di qui ultimamente, dopo 28 anni non ho più un lavoro fisso e la società di Steve Jobs non ha mai preso in considerazione una posizione per il sottoscritto e, ancor meno lo farà dopo questo post, posso parlarne liberamente. Inoltre, può servire come istruzione per chi ha avuto il mio stesso problema, dato che l’assistenza Apple è risultata fallimentare e un tantino irritante. Per natale ho deciso di regalarmi il Mac Box Set, comprendente l’aggiornamento di sistema Leopard Snow, iLife’09, col quale devo fare dei lavori, mi auguro, redditizi e iWork’09, col quale spero di completare il mio nuovo libro. Dato che ho tre Mac in casa e voglio fare le cose in regola, mi sono procurato la versione familiare, installabile su cinque computer. Dopo giorni di attesa per via delle nevicate (improvvisamente siamo diventati un Paese siberiano, invece che mediterraneo e le nostre autorità non erano preparate al cambiamento climatico repentino), finalmente arriva l’agognato pacchetto. Nel frattempo, però, avevo installato sul MacBook la versione Trial di iWork, per verificarne le caratteristiche, con scadenza dopo un mese. Una volta in possesso dei dischi, comincio ad installarli sull’iMac e sul MacBookPro, senza problemi. Quando decido di applicarli sul MacBook, va tutto bene fino al momento di caricare iWork. Lo installo, ma quando tento di aprirlo, si apre un form blu nel quale dovrei inserire il numero di serie. Strano, mi dico, gli altri computer non me l’ hanno chiesto. Allora comincio a cercarlo. Dove? Ovunque: sulla scatola del Box Set, sulla busta interna, sul disco, sotto il disco, dentro il disco, sulla fattura, sulla copia della conferma dell’ordine, dentro il frullino, tatuato nelle orecchie dei gatti. Quando dico ovunque è letterale. E infatti trovo decine di numeri: con trattini, senza trattini, codici a barre, separati, uniti, verticali, orizzontali, circolari. Naturalmente li metto tutti, in varie combinazioni. Niente. Contemporaneamente, reinstallo tutto: Sistema, iWork, butto via, ricarico, butto via, svuoto il cestino in modalità sicura (ci mette delle ore). Niente. È il 26 dicembre. Risponderà l’assistenza Apple? Dopo avermi illuso per qualche minuto con offerte, promozioni e servizi straordinari, mi risponde che gli uffici sono chiusi. D’accordo, aspetto lunedì. Intanto mi viene in mente la versione Trial di iWork. E se fosse quella la magagna? Finalmente lunedì, oggi, posso chiamare. Alle 10,40 comincio a chiamare il 199120800, con la garanzia che il servizio di consulenza è gratuito nei primi 90 giorni dall’acquisto. Dopo venti minuti di attesa al telefono, desisto. Tuttavia, mentre aspetto, vado sul sito dell’ Applestore di Carugate, dove, al genius bar, si può prenotare una consulenza di persona con un esperto che si dedica per ben venti minuti, gratuitamente, al cliente. Prenoto o non prenoto? Sto aspettando solo da cinque minuti, sono ancora fiducioso. Il primo posto disponibile risulta essere alle 17,20 di domani. Aspetto invano. Quando ritorno sul sito, il posto delle 17,20 di domani è bello che sfumato. Ce n’è uno mercoledì alle 16,20. Prenoto. Ma non mi arrendo ancora. Chiamo un riparatore autorizzato vicino a casa, che, prima mi chiede di lasciargli il Mac (neanche con la pistola alla tempia), poi mi propone una consulenza a 60€ all’ora, comprese le frazioni di ora. Declino gentilmente l’offerta. Si fanno le 12,50. Mi concedo altri dieci minuti al telefono con il 199120800 e ho fortuna. Dopo dieci minuti mi risponde il tecnico Marco. Gli spiego il problema. Quando gli accenno al Trial ha un’illuminazione: “ma bisogna disinstallarlo” – mi dice. Grazie, lo so, l’ho buttato via, ma non è che magari è rimasto qualcosa di invisibile da qualche parte? Mah! L’illuminazione di Marco si spegne subito, comincia a chiedermi il numero di sistema, altre informazioni che non risultano dal mio MacBook. Allora, con aria di rimprovero mi informa che questo è gravissimo, che non va bene, che bisogna saperlo, altrimenti non mi può aiutare. Io gli dico che questo MacBook da due anni ha sempre funzionato con tutti i programmi, è un’ottima macchina ed è la prima volta che mi dà un problema. Lui insiste con la gravità della mancanza del numero di sistema. Mi consiglia di reinstallare Snow leopard. Lo faccio. È la terza volta, ma pazienza. Mi chiede: quanto tempo stima per il reinstallo? 45 minuti, rispondo. Bene, mi richiami tra 45 minuti e vediamo. Cooosa? Sono stato mezz’ora al telefono per avete una risposta. Tra l’altro avete il mio numero, chiamatemi voi. No, non possiamo farlo. Allora tanti saluti, se questa è l’assistenza, mi assisto da solo. E metto giù. Ma quella storia del trial è un tarlo che continua a rodermi. Vado su Tucows e cerco un uninstaller. Trovo Amnesia, un shareware che offre una prova di 15 giorni. I primi tentativi non vanno a buon fine. Dopo avere reinstallato il trial di iWork e iWork stesso e averli cancellati con Amnesia, il problema si ripropone. Allora ne penso un’altra. Reinstallo iWork 09, trasferisco l’intera cartella su Amnesia e guardo cosa succede. Me la cancella. Reinstallo di nuovo iWork 09, lo avvìo e….FUNZIONAAAAAA! Faccio la ola da solo, lancio in aria il MacBook, i programmi, il telefono, i gatti. E solo grazie ad un programmino da pochi dollari e un po’ di intuito. Ora, mi spiace per Marco dell’assistenza Apple, ma se, invece di seguire pedissequamente la prassi, ascoltasse un po’ di più il cliente, forse contribuirebbe a migliorare l’immagine dell’azienda per cui lavora. Per me non c’è problema, perché melomane (inteso come fedele alla mela) ero e melomane resto, ma chi ha appena iniziato, forse andrebbe incoraggiato con servizi migliori. E quello che fornisce assistenza a 60€ all’ora prima ancora di sapere qual è il problema, può andare a scopare il mare. Con la forchetta.

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grazie a offender

Avrò l’aria da disoccupato? Mi sono cresciuti i capelli e ho accorciato la barba fin quasi a farla sparire. Così si vede meno che è bianca. La disoccupazione aumenta l’amor proprio. Di questi tempi non sai se conviene apparire più giovane o più vecchio di quel che sei.  Però è strano vedere le facce di chi sa o l’ha appena saputo, magari da me in quel momento. Non riesco ad interpretare quel silenzio iniziale quasi imbarazzato, quel chiedere “ma come ti stai muovendo?”, “cosa stai facendo?”, “stai a casa?”, “ma scrivi, almeno?”, come se scrivere fosse un ripiego e non una parte della mia attività da decenni. Forse, però, non intendono articoli per giornali – considerati alla stregua di vero lavoro – ma quella sorta di passatempo che porta a pigiare i tasti del computer quasi a caso, seguendo un filo di fantasia e immaginazione, che talora inonda come un idrante e più spesso inumidisce appena la fronte, come un velo di sudore. Chissà, forse anche loro hanno vissuto l’esperienza e sanno in che caos emotivo ci si contorce oppure non ne hanno idea e immaginano scene dickensiane alla Oliver Twist, anzi, meglio, alla Christmas Carol, visto il periodo. Sono teneri, in fondo, alcuni, quelli che mi sono amici davvero. Gli altri, finti compassionevoli, sono solo invidiosi del fatto che non devo più buttarmi giù dal letto alla mattina per correre in studio.
Quando, dopo ventotto anni, scopri che i ritmi della tua vita sono completamente ribaltati,  passando dallo swing antelucano al valzer lento scandito da caffé, coccole e croccantini ai mici, lettura posta notturna, giornali e blog, non necessariamente in quest’ordine, qualche domanda te la poni su come stai vivendo. Devo dire che la sagoma del senso di colpa tenta pervicacemente di stagliarsi in cima alla riflessione. L’impulso è quello di abbatterla subito a sassate, mettendomi a fare qualcosa, qualsiasi cosa: dalla polvere che si forma ogni minuto su qualsiasi superficie, non importa se piana, ruvida, orizzontale o verticale che sia, alla ricatalogazione dei quasi 4000 dischi, ormai archiviati secondo i criteri in uso su Urano, a causa dei continui spostamenti, utilizzi, ascolti, consultazioni, condivisioni, masterizzazioni (sì, anche quelle) ricevute e cedute; dalla preparazione di sughi e pietanze varie alla spesa più meticolosa, senza troppi extra; dal bucato – ma non stiro nemmeno con la pistola alla tempia – al riordino dei cassetti della cucina, che si rivelano miniere inesauribili di oggetti la cui utilità è forse rivelata negli antichi Veda o più probabilmente nei libri di Calasso; dal cambio del client di posta, cercando di non perdere messaggi e indirizzi, all’aggiornamento di sistema operativo e word processor, sperando di capirne la necessità, visto il prezzo.
Ma una volta esauriti i compiti auto-assegnatimi, la sagoma si riaffaccia, con l’enorme dito puntato, ad indicarmi. Manca solo l’insegna luminosa e la dicitura “disoccupato” sulla porta di casa per farmi sentire peggio. Che poi, la matassa è talmente ingarbugliata, che, se ne parlo, sembra davvero che voglia farmi compatire in qualche modo, farmi dare una pacca sulla spalla e sentirmi dire “vedrai che troverai qualcosa che ti piace”, che è incoraggiante e scalda, ma non è quello che voglio veramente, cioè sì, ma non così. In realtà non so nemmeno io cosa mi farebbe stare meglio. Tutta colpa dell’inverno. Fosse estate, almeno andrei in vacanza da qualche parte, ma le vacanze d’inverno non mi sono mai piaciute. Va be’, ho capito, la faccio finita, in fondo sono un privilegiato in confronto a tanti altri che sono alla canna del gas, ma di qualcosa devo pur parlare nel blog. Fuori nevica e siamo a -5°. Chi è che diceva che faceva troppo freddo per nevicare?
Oggi avrebbe compiuto 69 anni Frank Zappa. Ve ne lascio una traccia.


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logoSu questo blog non ho quasi mai parlato della mia attività radiofonica a Radio Meneghina, che, fino a pochi giorni fa, è stata quella che più mi ha impegnato per quasi trent’anni. Domenica è terminata, spero temporaneamente, per molti motivi di carattere professionale e privato.
Non piacendomi  lunghi addii, ho annunciato la mia partenza solo negli ultimissimi giorni, dando comunque adito, mio malgrado, ad attestazioni di affetto, simpatia e stima in molti casi imbarazzanti.

Tuttavia, immagino che in tanti non abbiano avuto la notizia che a cose fatte. Non potendo spiegare ad ognuno di loro come sono andate le cose e sapendo che le notizie, percorrendo strade accidentate, si ammaccano, si stortano, si modificano, mutano, ho creduto opportuno mettere il mio commiato di domenica 13 dicembre in rete, in modo che, chi possegga un collegameno internet e dieci minuti da perdere, possa capire cosa è significato per me porre fine a ventotto anni di vita professionale e non solo. I nomi sono quelli di chi ho incontrato e con i quali ho collaborato a lungo e piacevolmente. Esiste anche anche la versione audio, ovviamente, un poco più ricca, ma quella è di proprietà della radio e, se vorranno, potranno metterla in onda di nuovo quando vorranno.

Siamo veramente ai titoli di coda di questo film lungo 28 anni. 28 anni lunghi e avventurosi. sono più di metà della mia vita trascorsa sino ad ora, che ho passato in gran parte qui, sabati e domeniche e festivi e natale e capodanno e pasqua e ferragosto compresi, come tutti sanno e come sanno anche gli ex colleghi che si sono alternati a quest microfoni e facevano i miei stessi turni. 28 anni di lavoro, di crescita, di divertimento, di incazzature, di discussioni, di conoscenza, di incontri interessanti, proficui, utili, inutili, di ogni genere. 28 anni di amicizia e vicinanza con tante persone: a cominciare da direttore e fondatore della radio, TB, col quale il rapporto è stato subito speciale, non so bene perché, ma forse aveva visto nel sottoscritto meriti e qualità che nemmeno io pensavo di avere. Un direttore che ha cercato di indirizzarmi verso un senso del lavoro che, confesso, all’inizio non è che mi andasse a genio. Avevo 19 20 anni all’epoca, abituato al mondo scolastico e uno spirito che respingeva un tantino l’autorità, aspetto che peraltro un po’ è rimasto, ma che si esprime in diverse forme, in qualche modo meno autolesionistiche. In realtà, come al solito, aveva ragione lui, ma l’ho capito solo col tempo e non senza difficoltà, problemi, contrasti, frizioni – ognuno ha il suo carattere e non sempre è compatibile con quello altrui – e devo dire che ripensandoci, a distanza di tanto tempo, fossi stato al suo posto mi sarei mandato a quel paese diverse volte, cosa che lui non ha fatto. Ci sono state diverse scosse di assestamento, ma alla fine, penso, ci siamo intesi. Mi ha dato la responsabilità dei notiziari del mattino, la rassegna stampa, il filo diretto quotidiano con gli ascoltatori, non è roba da poco. La cosa strana è che non mi ha insegnato quasi nulla direttamente, ma è bastato seguirlo e cercare d fare come faceva lui. Tanto bastava e credo sia bastato per farmi arrivare fino a qui.

Dei colleghi, dei conduttori quotidiani come me vorrei citarne due: Rino Mangano, che nei primi mesi mi ha guidato alla conoscenza della radio, del modo di parlare, condurre, usare mixer e altri macchinari, sempre con pazienza, comprensione, divertimento. Ero semianalfabeta di radio nel 1981 quando sono arrivato e lui mi ha insegnato l’ABC. Una cosa che non sono mai riuscito a fare era condurre come faceva lui, sempre allegro, riusciva dire delle cose pazzesche, a divertire la gente in un modo che era soltanto suo. Era rarissimo vedere Rino arrabbiato o nervoso, per tirarlo fuori dai gangheri dovevi lavorarci su mesi e non eri nemmeno sicuro di riuscirci. Qualcuno, però, ci è riuscito. Abbiamo lavorato anni assieme, di pomeriggio soprattutto, ma anche di sera quando i turni arrivavano sino a mezzanotte. Ne abbiamo fatte di tutti i colori. Una cosa che non abbiamo mai fatto assieme è suonare. ma chissà, un giorno magari. Un’altra cosa che non ricordo di avere fatto con Rino è litigare, anche se un paio di volte siamo arrivati al bordo di una discussione, credo, ma subito smorzata.

L’ altro collega è Marco Bergonti. Anche con Marco c’è stato un rapporto speciale, iniziato quando a metà anni 80 è tornato a lavorare in Radio dopo un periodo di assenza. Con lui l’intesa è partita diversamente, anche se non ricordo esattamente come. Fatto sta che ci siamo trovati a condurre un programma assieme il sabato pomeriggio, complice il pittore Elio Borgonovo. Con lui parlavamo di canzoni e ne citò una, Amor di Pastorello, raccontandoci che si trattava di una delle canzoni pù cretine che avesse mai sentito. La andammo a prendere, la ascoltammo ed effettivamente una canzone così cretina era dfficile da trovare. E invece ne trovammo molte. In realtà noi eravamo più cretini delle canzoni che commentavamo in un programma che si chiamava Crazy Old, di cui, ripensandoci, mi vergogno anche un po’, perché prendevamo in giro degli autori che facevano dignitosamente il loro lavoro, ma per noi rappresentavano l’oggetto del dileggio. Tra l’altro, ad un certo punto ci fu compice Rino, che registrava in modo orribile delle canzoni moderne e noi facevamo passare per l’ospite ogni volta con un nome diverso: Remo la Barca, Guido la Vespa e altri appellativi improbabili inventati quasi sempre da Marco. Seguirono altri programmi non meno assurdi, come 45’ della Nostra Storia e altri completamente improvvisati, tappabuchi realizzati all’impronta, sino all’ultimo L’isola, uno sceneggiato quasi a braccio, nel senso che avevamo un canovaccio su cui improvvisavamo. Due naufraghi in un’ isola semideserta con animali strani, i cannibali che volevano pasteggiare con noi eccetera. Poi Marco cambiò mestiere, infine se ne andò, in tutti i sensi. L’ultimo ricordo che ho di marco è seduto sul letto del San Carlo, che ride, come al solito.

Con Osvaldo Perelli, invece, ricordo benissimo come cominciò. Con una foca. Era l’epoca di Ambrogio Fogar e del suo tentativo di attraversare l’artide a piedi, poi con l’aiuto di un aereo per via di non ricordo cosa. In una trasmissione in cui OP parlava di questo episodio, scherzandoci su, io ebbi l’idea di imitare una foca, per fare ambiente del polo nord. Da lì partì una collaborazione che si è conclusa solo un due tre anni fa con l’ultima stagione dei Fusibili, l’ultimo di una lunghissima serie di cicli di trasmissioni, ad ogni ora del giorno e della notte: dal mattino, alle 8 – se Isaac Asimov scriveva le Cronache della Galassia noi avevamo le Cronache dal Gasometro – al pomeriggio con i suoi numerosi varietà, con Laura Olivares spesso, alla sera con Non c’è pace tra i giulivi con Giada De Gioia, e poi con Si stava Meglio Domani, ancora con Marco Bergonti. C’erano delle volte che ci bloccavamo in diretta, non sapevamo come andare avanti da tanto ridevamo. Bei tempi.

Di conduttori a cui sono/ero affezionato ce ne sono tanti: da Giovanna Ferrante, una collega e amica sempre piacevole, disponibile, colta, comprensiva e collaborativa al Prof. Pier Gildo Bianchi, serio, autorevole, autoironico, da Mario Censabella, presidente dell’Unione Italiana Ciechi di Milano, un’altra sagoma ad Alberto Lorenzi, finissimo umorista, da Carletto Colombo e Piero Mazzarella, due giganti del teatro, a Bruno Zocchi, col quale ho lavorato anche in palcoscenico, da Laura Olivares, con la sua simpatia, le sue risate e i suoi imbarazzi, a, naturalmente, Ada Lauzi, con la quale ho passato ore di puro divertimento, ma anche di cultura, perché è una vera sagoma, un’attrice comica nata, oltre che una bravissima poetessa e un’ottima traduttrice in milanese. Ezio Soffientini, col quale ho fatto innumerevoli stagioni di Tra ‘l Gnacch e’l Petacch, Lucillo Pitton con Ugole A 18K, conduttore austero enciclopedico per quanto riguarda la lirica e decisamente poco serio, dispettoso e burlone a microfoni spenti. E come dimenticare Giuliana Zerbini, timidissima all’inizio, col terrore del microfono, ma con la voglia, comunque di provare a farcela. E ce l’ha fatta, ha condotti tanti programi tra turismo e cronaca e poi è stata vittima anche lei della sindrome di OP, che l’ha coinvolta nelle sue e nostre mattane, col trio ZeCaPe, compresi i giochi della domenica e le notti di Capodanno. Il dott. Piero Bianchi, veterinario, che mi ha fatto venire voglia di gatti, e tanti altri. Chiedo scusa a chi non cito, ma starei qui per ore.

Un altro nome mi viene in mente, quello di Marco Cremonesi, un bravo giornalista, un ottimo collega, adesso al Corriere, ma che era bravissimo anche alla radio.

Quando Marco Bergonti se ne andò da RM, cominciai a occupare quasi ogni giorno il turno del mattino e a condurre il programma delle 8, quello con le telefonate. Era il 91-92, più o meno. Da lì non mi sono più schiodato. Il Direttore diceva che era il programma più importante della giornata, perché rappresentava il collegamento più diretto con gli ascoltatori. Io non ci credetti subito, ma, naturalmente aveva ragione lui, e mi ci sono affezionato e l’ho difeso da chi diceva che non serviva, che alla fine era inutile, perché si sentivano frequentemente le stesse voci, e i pareri non contavano, e che telefonavano persone “da poco”, le donnette, come a qualcuno piace chiamarle. A parte che chiamare donnetta un tipo come la Silvana è un azzardo che si può pagare col sangue, a me le “donnette” piacciono, perché rappresentano la gente che spesso e volentieri gli altri non ascoltano. O forse non ascoltavano, perché adesso lo fanno anche gli altri, comprese le televisioni. Con due differenze: noi cerchiamo di non tagliare sbrigativamente le telefonate di chi per molti motivi ha qualche difficoltà ad esprimere un concetto, per di più al telefono e in pubblico; secondo, non cavalchiamo le eventuali proteste o i sentimenti della gente per fini politici e utilitaristici, ma solo per fare vera informazione. Questo non significa che siamo una segreteria telefonica dove ognuno può lasciare il suo messaggio-sfogo e dire quel che vuole, ma, nel limite del lecito e del decente, se ne parla assieme, si litiga anche, ma tutti hanno la parola, tutti tranne uno, che, razzista e nazista esplicito, ho bandito dalla trasmissione dopo una sua battuta che non faceva ridere sugli ebrei e su Rita Levi Montalcini, in particolare. Quando mi ha chiesto perché non lo facevo più parlare gliel’ho detto, se ne è lamentato un po’, ma poi ha capito e non si è fatto più sentire. Una sera l’ho sentito alla RAI e l’hanno mandato subito sulla forca.Tutti gi altri parlano, anche quelli che mi sono antipatici, anche quelli a cui sono antipatico, ma, chissà perché, chiamano lo stesso, o ascoltano, o seguono, o commentano eccetera.

Solo che tutto finisce, anche i programmi radiofonici hanno i titoli di coda e questi sono i miei. Tre giorni fa ve li ho mostrati in anticipo, perché era da qualche giorno che la notizia della mia partenza girava, qualcuno dei conduttori già lo sapeva, ma ho preferito dirvelo di persona, piuttosto che lo sapeste da altre voci, magari in maniera sbagliata e distorta. Qualcuno si chiederà perché. Perché, come dicevo, tutto ha una fine, anche 28 anni di lavoro, di storia, di vita sono tanti, e visto che ho quasi 48 anni e ancora voglia di fare delle cose, ho deciso che ne farò di diverse, perché là fuori c’è un sacco di roba da fare , che aspetta solo di essere fatta. Non è detto che l’esperienza radiofonica per me si chiuda oggi, spero di vivere ancora a lungo e avere altre occasioni di questo genere, ma non ora. Può darsi che in futuro ci si incontri ancora su qualche frequenza, ma non ora. Sarà più facile che mi leggiate da qualche parte, come del resto càpita da almeno vent’anni su alcune riviste specializzate. Esiste la rete e pure lì sarò presente, come succede da cinque anni. È grazie alla rete che ho pubblicato il mio primo libro, che per il momento è l’unico, ma non ho perso le speranze.

Perciò, tirando le somme e soppesando pro e contro è stato un piacere, mi mancherà tutto questo, ne sono sicuro, ma anche no, nel senso che non ho ancora l’Alzheimer, arriverà prima o poi e quindi con me per adesso porto il ricordo di questi 28 anni. Non mi mancherà il piacere della sveglia che suona ogni giorno alle 6, quello no, ma tutto il resto sì: il tragitto da casa a qui, la fermata all’edicola, la ricerca del parcheggio, ultimamente sempre più difficile grazie alla politica viabilistica del nostro incredibile Comune; l’arrivo in sede, il tentativo a volte fallimentare di far funzionare correttamente le macchine e la soddisfazione quando ci riesco; il gusto di salutare gli ascoltatori che immagino appena svegli con la tazzina del caffè in una mano e per i più viziosi, la sigaretta nell’altra o ancora a letto sotto le coperte, ma con la radio accesa; il tentativo di rendervi digeribili i titoli e le notizie dai giornali, la ricerca di uno spunto da usare per aprire Parole Parole, a volte non lo trovo, a volte ne trovo venti e devo scegliere. Mi mancherà la sensazione che provo nel togliermi la cuffia dopo le prime due ore di diretta alle nove, la sensazione di aver fatto bene il programma, o di non essere riuscito a renderlo utile come momento di informazione o riflessione o solo di intrattenimento. Quello sì, sarà un bel vuoto da colmare. In qualche maniera lo colmerò.

Intanto il posto è finalmente libero da lunedì mattina. Chi vuole può farsi avanti ed occuparlo. L’orario, lo ricordo, è quello delle sette nei giorni feriali e le otto in quelli festivi.

Auguri e non dimenticate di divertirvi ogni tanto, perché, come dice Rosy, la vita è bella, anche se a vederla in faccia non sembra proprio, ma se abbassate un po’ la luce, la guardate di profilo e, per dare più effetto vi togliete gli occhiali, non vi sembrerà così male.

Addio.