Oggi a Milano è così grigio che questo blog pare dia la tinta alla città. Eppure questa è una città coloratissima se la guardiamo bene. Giorni fa parlavo con una ragazza siciliana, tosco-umbra d’adozione, che viene a Milano di tanto in tanto e mi parlava del grigiore della città. Niente di più sbagliato. Anni fa lessi una statistica fatta sul colore dei palazzi milanesi e quello prevalente era il giallo ocra, seguito dal rosso cotto, oggi tallonato dal rosa ciclamino, apparso sulle facciate di molte costruzioni d’inizio ventesimo secolo. Possibile che anche i “forestieri”, presumibilmente più curiosi e osservatori degli autoctoni, abbiano assunto l’abitudine, molto milanese, di guardare solo strada e marciapiede, grigi appunto, o di adottare quello sguardo con fuoco sull’infinito, come se dovessero riprendere sempre un punto lontano al quale tendere, senza identificarlo nettamente, ma pure senza notare quel che li circonda, facce, feccia, cose, case, chiese, chiuse, a chiave? Dicono tutti che corriamo a Milano, pedoni e veicoli: certo, noi non ci facciamo più caso, è il nostro normale ritmo, ma gli altri ci guardano e scuotono giustamente la testa, perché non si capisce esattamente perché lo facciamo: agli appuntamenti non arriviamo mai giusti, siamo sempre in ritardo – e quindi costretti a correre – o in forte anticipo, perché abbiamo corso troppo e così ci tocca passeggiare nervosamente – e frettolosamente – nel metro quadro che ci siamo ritagliati sul marciapiede e che consumeremo fin quando la persona attesa non arriverà trafelata, confermando lo scuotimento di testa “forestiero” di cui sopra. Sarebbe bello andare tutti più piano, al ritmo giusto, ma chi comincia per primo, se anche chi viene da fuori assume lo stesso atteggiamento, mentre gli altri nemmeno si avventurano in città, dicendo che siamo pazzi a vivere in questo modo? In realtà, quando avevo circa dieci anni, e cioè mooolti anni fa, dei miei coetanei della provincia di Varese mi chiedevano: ma come fate a Milano a vivere uno sopra l’altro? Non concepivano il concetto di condominio, di caseggiato a più di due piani, dato che loro vivevano in villette unifamiliari. Io, invece, nato e vissuto sempre qui, non concepivo l’idea di non avere un marciapiede sotto casa dove giocare, disegnare col gesso qualsiasi cosa, correre in bicicletta tra i passanti e le macchine parcheggiate, prendere di mira con la cerbottana le finestre delle case di fronte o i pedoni (avessero provato a farlo in campagna, avrebbero tirato nel vuoto), mentre oggi, tolti i gessetti e la cerbottana, non si può più circolare con la bicicletta sul marciapiede, perché si è passibili di multa – in compenso, sulla strada si è passibili di prognosi riservata – anche se in campagna non ci andrei a vivere e il concetto di villetta unifamiliare mi fa pensare ad un isolamento, che, per il momento, non cerco e desidero. Oggi a Milano è così grigio che questo blog pare dia la tinta alla città. Ma la città è rosa ciclamino.

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