Delle due una: o viviamo in un Paese confessionale, come l’Iran e allora il crocifisso è un simbolo religioso che attiene alla sfera spirituale e temporale collettiva nazionale come l’inno, il tricolore, la Costituzione e l’altare della patria, ma allora non si capisce come mai non si sgomiti alla domenica per andare in chiesa, il pianto desolato dei parroci, la crisi delle vocazioni, gli applausi ai funerali e gli ascolti pessimi dei programmi religiosi in tv; oppure siamo un Paese laico, dove ognuno coltiva la spiritualità nel proprio intimo e nei luoghi adibiti come chiese, santuari, monasteri e conventi e il crocifisso esposto al di fuori dei luoghi sacri è un simbolo della tradizione italiana, come una sorta di complemento d’arredo, un oggetto artistico o artigianale, un comò, un tavolino, un quadro o un abat-jour, che può tranquillamente essere asportato nel momento in cui passa di moda e, invece delle tele di grandi maestri, ai muri si possono appendere i poster o incaricare direttamente un writer per graffitarli. Come spiegare, senza fare queste distinzioni, i lai dei fedeli del mercoledì, che scoprono i simboli religiosi quando glieli stanno per togliere, mentre prima nemmeno ci facevano caso? C’è, addirittura, chi parla di reciprocità di comportamenti, dimenticando che la sentenza non è stata emessa dalla Medina, ma dalla Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo, che ci piace vantare come espressione della nostra superiore civiltà (per curiosa coincidenza mentre si apprendeva della morte di Levi Strauss) quando mette in evidenza l’inciviltà altrui, ma tacciamo di ingerenza se si tratta di noi.
Tra l’altro, oggi si festeggia la nostra civiltà, quella che ci portò nel ventesimo secolo a non accontentarci della prima guerra mondiale, ma, per buona misura, ad organizzarne una seconda pochi anni dopo, più lunga e sanguinosa.
Ma Dio era con noi.