Archive for novembre, 2009


Salveranno il mondo? Forse no, ma se aiutano a stare bene…

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Ma di che materia sono fatti i sogni? Se lo chiedono tutti dopo avere scoperto che hanno almeno una consistenza “teorica”. Io li immagino come i biscotti, quelli per i bambini, arrotondati, solidi, ma che si ammollano nel latte. Sono belli da toccare, accarezzare, annusare, hanno un buon profumo, fragili, ma non troppo, se li maneggi con cura resistono qualche tempo, persino se li bagni (mai fatto sogni bagnati?) mantengono una certa concretezza, ma basta un battito di ciglia e…

Oggi a Milano è così grigio che questo blog pare dia la tinta alla città. Eppure questa è una città coloratissima se la guardiamo bene. Giorni fa parlavo con una ragazza siciliana, tosco-umbra d’adozione, che viene a Milano di tanto in tanto e mi parlava del grigiore della città. Niente di più sbagliato. Anni fa lessi una statistica fatta sul colore dei palazzi milanesi e quello prevalente era il giallo ocra, seguito dal rosso cotto, oggi tallonato dal rosa ciclamino, apparso sulle facciate di molte costruzioni d’inizio ventesimo secolo. Possibile che anche i “forestieri”, presumibilmente più curiosi e osservatori degli autoctoni, abbiano assunto l’abitudine, molto milanese, di guardare solo strada e marciapiede, grigi appunto, o di adottare quello sguardo con fuoco sull’infinito, come se dovessero riprendere sempre un punto lontano al quale tendere, senza identificarlo nettamente, ma pure senza notare quel che li circonda, facce, feccia, cose, case, chiese, chiuse, a chiave? Dicono tutti che corriamo a Milano, pedoni e veicoli: certo, noi non ci facciamo più caso, è il nostro normale ritmo, ma gli altri ci guardano e scuotono giustamente la testa, perché non si capisce esattamente perché lo facciamo: agli appuntamenti non arriviamo mai giusti, siamo sempre in ritardo – e quindi costretti a correre – o in forte anticipo, perché abbiamo corso troppo e così ci tocca passeggiare nervosamente – e frettolosamente – nel metro quadro che ci siamo ritagliati sul marciapiede e che consumeremo fin quando la persona attesa non arriverà trafelata, confermando lo scuotimento di testa “forestiero” di cui sopra. Sarebbe bello andare tutti più piano, al ritmo giusto, ma chi comincia per primo, se anche chi viene da fuori assume lo stesso atteggiamento, mentre gli altri nemmeno si avventurano in città, dicendo che siamo pazzi a vivere in questo modo? In realtà, quando avevo circa dieci anni, e cioè mooolti anni fa, dei miei coetanei della provincia di Varese mi chiedevano: ma come fate a Milano a vivere uno sopra l’altro? Non concepivano il concetto di condominio, di caseggiato a più di due piani, dato che loro vivevano in villette unifamiliari. Io, invece, nato e vissuto sempre qui, non concepivo l’idea di non avere un marciapiede sotto casa dove giocare, disegnare col gesso qualsiasi cosa, correre in bicicletta tra i passanti e le macchine parcheggiate, prendere di mira con la cerbottana le finestre delle case di fronte o i pedoni (avessero provato a farlo in campagna, avrebbero tirato nel vuoto), mentre oggi, tolti i gessetti e la cerbottana, non si può più circolare con la bicicletta sul marciapiede, perché si è passibili di multa – in compenso, sulla strada si è passibili di prognosi riservata – anche se in campagna non ci andrei a vivere e il concetto di villetta unifamiliare mi fa pensare ad un isolamento, che, per il momento, non cerco e desidero. Oggi a Milano è così grigio che questo blog pare dia la tinta alla città. Ma la città è rosa ciclamino.

Questa era un copertina rock, non quella stronzata (cito dalla Terza Carica dello Stato) di Rolling Stone.

Peccato che non fu mai pubblicata.

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A Milano ha aperto un negozio di abbigliamento che, all’inaugurazione, si è presentato con commessi muscolosi a torso nudo per allettare la clientela femminile, come se per convincere una donna a comprare una camicetta ci fosse bisogno di appendergliela al bicipite (e non vado oltre) di Big Jim. Una bella considerazione del genere femminile, non c’è che dire. Fossi una donna sarei lì tutti i giorni a buttargli all’aria mezzo negozio senza comprare niente. Si chiama Abercrombie & Fitch. A me il nome risultava familiare e, infatti, mi sono ricordato di una notizia letta qualche mese fa. In pratica, questa catena americana di abbigliamento ci tiene tanto alla sua immagine, da scegliere con cura il personale, affinché possa “apparire” nel migliore dei modi alla clientela. È così che una ragazza di 22 anni, Riam Dean, impiegata nel negozio di Londra, viene spostata nei magazzini, perché la sua immagine potrebbe risultare sgradevole al pubblico. Perché? È brutta?, Sgarbata? Sporca? Stracciona? Puzza? No, ha un braccio finto, porta una protesi da quando aveva tre anni. L’hanno assunta con l’impegno di mettersi un golf che coprisse l’arto finto, ma non è bastato. Alla fine l’hanno relegata in magazzino, perché la politica dell’immagine di Abercrombie & Fitch non ammette che i suoi dipendenti siano men che “normali”. Li ha trascinai in tribunale. La notiza fa il paio con quella secondo cui alla BBC, una conduttrice di programmi per bambini, anche lei con una menomazione ad un braccio, avrebbe impressionati i piccoli telespettatori. In quel caso, però, la televisione britannica non ha ceduto alla protesta di qualche mamma sciagurata e sconsiderata e la conduttrice è rimasta al suo poso. Così come è rimasto al suo posto James Partridge, il conduttore di Channel Five dal volto semi-sfigurato, nonostante i timori di qualche dirigente. In compenso, alla televisione italiana continuiamo a vedere volti deformati dalla chirurgia plastica, gonfi di silicone, semiparalizzati dal botox e ce li spacciano per veri.

Delle due una: o viviamo in un Paese confessionale, come l’Iran e allora il crocifisso è un simbolo religioso che attiene alla sfera spirituale e temporale collettiva nazionale come l’inno, il tricolore, la Costituzione e l’altare della patria, ma allora non si capisce come mai non si sgomiti alla domenica per andare in chiesa, il pianto desolato dei parroci, la crisi delle vocazioni, gli applausi ai funerali e gli ascolti pessimi dei programmi religiosi in tv; oppure siamo un Paese laico, dove ognuno coltiva la spiritualità nel proprio intimo e nei luoghi adibiti come chiese, santuari, monasteri e conventi e il crocifisso esposto al di fuori dei luoghi sacri è un simbolo della tradizione italiana, come una sorta di complemento d’arredo, un oggetto artistico o artigianale, un comò, un tavolino, un quadro o un abat-jour, che può tranquillamente essere asportato nel momento in cui passa di moda e, invece delle tele di grandi maestri, ai muri si possono appendere i poster o incaricare direttamente un writer per graffitarli. Come spiegare, senza fare queste distinzioni, i lai dei fedeli del mercoledì, che scoprono i simboli religiosi quando glieli stanno per togliere, mentre prima nemmeno ci facevano caso? C’è, addirittura, chi parla di reciprocità di comportamenti, dimenticando che la sentenza non è stata emessa dalla Medina, ma dalla Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo, che ci piace vantare come espressione della nostra superiore civiltà (per curiosa coincidenza mentre si apprendeva della morte di Levi Strauss) quando mette in evidenza l’inciviltà altrui, ma tacciamo di ingerenza se si tratta di noi.
Tra l’altro, oggi si festeggia la nostra civiltà, quella che ci portò nel ventesimo secolo a non accontentarci della prima guerra mondiale, ma, per buona misura, ad organizzarne una seconda pochi anni dopo, più lunga e sanguinosa.
Ma Dio era con noi.