Archive for luglio, 2009


Bobby McFerrin dimostra che la scala pentatonica, presente in forme analoghe tra loro in moltissime culture del mondo, è naturalmente acquisita a tal punto che, anche chi non la conosce, è in grado di cantarla.
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occhiali_raggi_x_anni_settantaHo cambiato gli occhiali, mi sono fatto convincere dall’ottico ad usare le lenti progressive. Ora mi sembra di vivere in un film di Cronemberg. Oltre alla fatica di mettere a fuoco e percepire le giuste distanze, quando muovo la testa mi sembra che il mondo mi segua, deformando le linee e trasformando gli angoli retti in acuti e ottusi, rendendo sghembe le forme. Tra poco il Mac si trasformerà in coleottero come nel Pasto Nudo o dallo schermo spunterà una pistola come in Videodrome. Se mi va bene domani mi schianto in macchina come in Crash, in compenso potrei conoscere biblicamente Deborah Harry tra i rottami e imparare a scrivere come William Borroughs. E questo solo grazie ad un paio di lenti. La psichedelia appoggiata sul naso. Meglio dell’LSD.

pebble_grill2Una scoperta sensazionale sotto casa mia! La annuncio da questa pagina elettronica visibile in ogni parte del mondo in modo che ne sia informato il genere umano tutto e la comunità scientifica nella sua globalità, per non subire alcun sospetto di voler trafugare o nascondere informazioni e reperti che potrebbero dare una svolta alla storia dell’umanità. Se avete letto il blog recentemente saprete che ho avuto a che fare con l’acqua ultimamente: acqua dal cielo, acqua di lago, in particolare. Non avevo fatto i conti con l’acqua sotterranea, però. L’acqua di falda, l’acqua che scorre sotto la città, non proprio pulitissima (l’acqua, ma anche la città). Un tempo, quando Milano era a vocazione industriale, l’assorbimento dell’acqua era notevolissimo, ma oggi, che la città sta perdendo quasiasi identità riducendosi ad agglomerato urbano senza progetto, né visione d’insieme, senza anima, né vocazione (terziario, terziario avanzato, terzo settore, turistica, arte, congressuale, dormitorio?) l’acqua comincia ad essere un problema. L’unico vantaggio che riscontriamo è la protezione dai forti terremoti, le cui vibrazioni verrebbero in qualche modo assorbite dal cuscinetto liquido che ci sostiene. Solo che, quando le precipitazioni sono abbondanti, la falda cresce in modo inarrestabile allagando tutta la città che si trova sotto il livello stradale, compresi alcuni tratti delle linee della metropolitana. In realtà con quattro gocce si allaga anche la sede stradale, ma solo perché le strade sono fatte male e non consentono lo scorrimento verso gli scarichi, peraltro spesso intasati. Fatto sta che al mio ritorno dalle vacanze ho trovato una spanna d’acqua in cantina. Acqua emersa dal sottosuolo, dalle tubazioni, dall’antro di Belzebù, sa il diavolo, appunto, da dove è arrivata, ma ho dovuto, comunque asciugarla. Ed è qui che ho fatto la sensazionale scoperta! Asciugando l’acqua (adotto un linguaggio da rapporto di polizia, che viene meglio) riscontravo uno sgretolamentro del cemento che costituisce il pavimento della cantina. Verificando la consistenza delle crepe con un martelletto, il pavimento cedeva ulteriormente rivelando una stanza sotto la mia cantina. Con molta cautela mi calavo nell’antro e la rivelazione era folgorante: ben cinque corpi mummificati seduti su una specie di gradone, tre dei quali con la mano appoggiata all’orecchio, chi a destra e chi a sinistra. Vincendo lo spavento iniziale e il timore di avvicinarmi a sconosciuti presumibilmente cadaveri da secoli, ma chissà, osservavo meglio le mani appoggiate all’orecchio e notavo che impugnavano un oggetto di fattura apparentemente moderna. Impossibile, mi dicevo, corpi mummificati non potevano avere avuto contatti con la tecnologia. Eppure, ad un più attento esame verificavo che le mummie impugnavano telefoni cellulari, se non di ultima generazione, molto somiglianti ai vecchi Tac, un po’ voluminosi, obsoleti, ma, fino a poco tempo fa, funzionali. Attorno, sui muri, graffiti e scritte in caratteri che potrei definire cuneiformi, come quelli tipici, mi sembra di ricordare, della civiltà assiro-babilonese, che, non pensavo si fosse spinta sino alla pianura padana. Altro che tombe fenicie! Questa è una scoperta davvero sensazionale! E se qualche signorina di bella presenza e in vena di divertirsi, interessata all’archeologia, volesse far visita alla mia cantina le potrò mostrare la mia collezione di cellulari babilonesi, UNICA AL MONDO!

papere3Credo fermamente al caso. Una coincicidenza è una coincidenza. Due coincidenze sono due coincidenze. Tre coincidenze, a seconda dei casi, sono un gran culo o una sfiga gigantesca. Avevo pensato: vado in vacanza. Dove? In montagna, al fresco. Sì, ma solo terra e roccia, senza un po’ d’acqua? Ci vuole un fiume o un lago. Escludo il fiume, che si ingrossa e si porta via tutto e decido per il lago. Avevo letto del lago di Molveno: spiaggie e foreste. Non sarà troppo turistico? Non ci sarà troppa gente? Quando parlano di una località su un giornale poi ci vanno tutti. Chiedo qualche informazione e resto in dubbio, anche perché cominciano a farmi storie per i gatti: ma dove li tiene? nella gabbietta? e se sporcano? e se si mangiano le tende? e se graffiano i mobili? Ma se dite che gli animali sono benvenuti, perché poi ve la menate tanto? Preferireste che portassi un pitone, che si mangia solo topolini vivi e lascia stare tende e mobili?. Poi mi viene in mente una vecchia trasmissione che facevamo in radio con due finti vecchietti ricoverati in una casa di riposo immaginaria a Castell’Arquato (in seguito ho scoperto che esiste davvero): Pedro della Val di Ledro e Ramon della Val di Non. In Val di Non c’ero già stato anni fa, quindi opto per la Val di Ledro. Anche qui c’è un bellissimo laghetto, piccolo, pulito, ben frequentato, fresco, ma non troppo e se lo dico io, che sono freddoloso di natura, potete crederci. La prima settimana è stata più piovosa che soleggiata, la seconda, che sta terminando, è andata meglio. Ieri ho letto che a Molveno una tromba d’aria si è portata via qualche tetto, un campeggio, ha sradicato alberi e cespugliame vario. Qui in Val di Ledro non c’è stato nemmeno un clarinetto. In compenso ho mangiato bene, dormito, letto, riposato, preso il sole e il fresco, goduto di bei panorami, qualche passeggiata, ho visitato il bellissimo Museo della Guerra di Rovereto, compresa una mostra sulla propaganda di guerra – Parole come Armi – corredata di un bel catalogo che ho acquistato; ho visitato Riva del Garda e una piccola libreria, Arco di Trento e il bellissimo Arboreto, con tanto di sequoia e cedri giganteschi. Fossi andato a Molveno, sarei rimasto “trombato”, anche se d’aria. Stavo facendo una scelta sbagliata di impulso, ci ho pensato e ne ho fatta un’altra migliore. Ora, sarà pur vero che le scelte istintive sono spesso quelle giuste, ma solo nel vuoto pneumatico, dove non intervengono variabili come il tempo, ad esempio o un incontro sbagliato, un albergo poco ospitale, un guasto o altro ancora. Sempre meglio pensarci su.

ilagoÈ già buio. Di nuovo. Le giornate sono sempre più corte e fredde. Tutt’intorno il verde passa dalle tonalità tenere e scintillanti dell’erba illuminata dal sole al tetro ombroso del crepuscolo, l’ora più strana e imperscrutabile della giornata, quando ancora non è sera e il giorno ancora palpita, assieme alla speranza di salvezza. Qualcuno prima o poi passerà di qui. Non è tanto l’ambiente che non mi soddisfa, in fondo ci si adatta col tempo, ma non sono riuscito ad abituarmi alla solitudine. Sì, qualcuno effettivamente passa, ma non c’è affinità, giusto uno sguardo, anche un’occhiata insistita fino a sembrare  vitrea, un tentativo di comunicazione, ma niente di più. Quello che un tempo si chiamava dialogo e che tanto si invocava , si auspicava nei rapporti tra simili, per timore che il venir meno di esso desse corso alle vie di fatto, è completamente estinto. O così pare. D’altra parte, per dialogare ci vogliono motivazioni forti e mezzi adeguati, elementi che via via sono venuti a mancare. E pensare che una volta non mi sottraevo al confronto, anzi, lo cercavo, come si cerca l’aria dopo una lunga apnea o l’acqua in un pomeriggio d’estate dopo una furiosa corsa in bicicletta. Ora sono scoraggiato, disamorato, disilluso, in un momento la vita si ribalta e ti ritrovi dove non ti saresti mai immaginato di poterti misurare, in mezzo ad individui che sembrano più a loro agio di te, sicuramente più adatti all’ambiente e senza il minimo dubbio sul significato della loro esistenza, in questo senso fortemente e insorabilmente agnostici. Lo ero anch’io e credo di esserlo tuttora, ma in una simile situazione riemergono domande che avevo abilmente sepolto sotto lo spesso tappeto dell’indifferenza e del fatalismo. Non solo è cambiato il mio modo di pensare, ma anche il mio corpo ha subito mutazioni insospettabili e temo che le due cose siano collegate. Come spesso accade, è la forma che si fa sostanza. Tuttavia sento come un dovere prendere il posto di chi mi ha preceduto, sia nella forma, sia nella sostanza. In realtà non saprei farne a meno. Non che abbia cercato questo ruolo, è lui che ha cercato me, ma ormai, poiché sono stato causa della  sua fine, non mi rimane altro da fare che adeguarmi. In fondo, è solo questione di attendere, come lui ha atteso me su quel pontile in riva al lago. Stavo solo e innocentemente scrutando il fondo, quando mi sentii risucchiare verso il fondo da una forza viscida e ributtante, in una specie di maelström vivente, un cunicolo gelatinoso che si contraeva in movimenti peristaltici, mentre mi inondava di umori acidi che mi scavavano la carne. Quando credetti di essere in prossimità dalla fine, che auspicavo raccapricciante, ma immediata, all’improvviso quell’orrore si interruppe, le cartilagini che mi avvolgevano si spezzarono, i muscoli che mi stritolavano si afflosciarono, i succhi che mi consumavano i tessuti si diluirono nell’acqua. Qualcosa non aveva funzionato nel processo digestivo di quella creatura, forse ero un boccone troppo grosso da ingollare tutto assieme. Con le unghie e i denti lacerai la sacca tesa che stentava a contenermi e iniziai a nuotare verso l’alto. Il lago, da fuori, non pareva così profondo. Mi mancava il fiato. Dopo poco mi accorsi che i polmoni si stavano riempiendo d’acqua, ma questo non mi causava una sensazione di soffocamento, che, invece, provai appena raggiunsi la superficie. Sbigottito, mi immersi nuovamente per scoprire che il mio elemento naturale era diventato l’acqua. Guardai il mio nuovo corpo e lo trovai coperto di una nuova pelle, lucida, squamosa, verdastra. Al posto di gambe e braccia, lunghi tentacoli provvisti di ventose. Era stato come rinascere in una nuova forma terrificante dalle viscere di quella creatura. Mi aveva ripartorito. E poi era morta, come nella migliore e più classica tradizione romanzesca.
Ecco perché mi sento così solo, come un bimbo che non ha nessuno con cui giocare.
Se solo mia moglie mi venisse a cercare, potrei fare un salto su e tentare di spiegarle che sono ancora vivo. Certo, non sarebbe cosa facile convincerla, ci vorrebbe del tempo, dovrei farla venire qui sotto, farle vedere la mia, la nostra nuova casa. Sono sicuro che capirebbe, col tempo.
Qualcuno prima o poi passerà di qui….

gcanc

Se siete musicisti non volate United Airlines, perché….


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