“Ma non si può impedirlo?” “E come?” “Coi cani.” “Sì durante lo spettacolo si liberano i doberman e il primo che si alza viene azzannato al polpaccio, gli altri si guarderanno bene dal muoversi. Morderne uno per educarne cento.” “Ma se uno deve andare in bagno?” “Lo deve dimostrare, verrà scortato dal cane fino alla toilette, altrimenti se la tiene fino alla fine.”
Ma con chi ce l’hanno? Ce l’hanno con quei cafoni che, durante lo spettacolo, si alzano e se ne vanno. Lo fanno platealmente, costringendo, tra l’altro, i loro vicini di posto ad alzarsi per farli passare. Pensano di essere a casa loro, dove si possono alzare quando vogliono durante la pubblicità. Perché lo fanno? Perché hanno altro da fare, evidentemente o forse perché si accorgono di non poter cambiare canale. A tanto ci ha ridotto il condizionamento catodico. Ma lo spettacolo era così brutto? No, assolutamente, ma era gratuito e solo per il fatto di non avere pagato il biglietto, questi villani si sentono in diritto di allontanarsi da l loro posto, davanti agli occhi allibiti e sconsolati di chi si sta esibendo e degli altri spettatori, che, invece, vorrebbero godersi in pace lo spettacolo. Una forma di maleducazione che si perpetua ormai da anni alla Milanesiana, la bella rassegna giunta alla decima edizione ideata e organizzata da Elisabetta Sgarbi, inauguratasi lunedì al Teatro dal Verme. Vittima eccellente di questa straordinaria forma di disprezzo per l’arte e il lavoro altrui, niente meno che Juliette Greco, la musa dell’esistenzalismo francese, che popolò le mie fantasie infantili all’epoca di Belfagor, il Fantasma del Louvre, di cui era fascinosissima protagonista. Ora è una signora di ottantun anni dalla voce ancora profonda e ricca di espressione e una teatralità intatta. Ma neppure di fronte a tanto si ferma l’ignoranza e la maleducazione.