Lo scenario: Parco Sempione, verde e marrone, Milano,  ore 22,30. È annunciato il concerto elettroacustico degli Afterhours nell’ambito del Milano Film Festival. Band seria, autorevole, impeccabile dal punto di vista musicale e formale, avversa ai consunti rituali del rock – incitamento del pubblico, autoesaltazione, slogan, gridolini – basta l’energia della loro musica a caricare la platea. Però vogliamo dirlo una volta per tutte che con quella pettinatura Manuel Agnelli sembra un incrocio tra il Cetto Laqualunque di Antonio Albanese e il Severus Piton di Harry Potter?
Il soggetto tipico che si incontra ai concerti di questo genere oggi è il seguente: giovane, tra i sedici e i vent’anni, vestito “comodo” da concerto, aria svagata e divertita, sguardo guizzante in cerca di facce conosciute, telefonino in una mano, frequentemente adeso all’orecchio e bottiglia di birra Moretti da 66cl nell’altra. Spesso non da solo, ma assieme ad altro individuo, simile nell’aspetto e nell’atteggiamento, ma non sempre dotato di bottiglia (se la dividono in genere), bensì di spirito d’aggregazione, esercitato con il cellulare, volto a radunare quante più persone possibile in un metro quadrato, esattamente quello che tu ti sei ritagliato in mezzo alla folla per poter continuare a respirare durante il concerto e non farti pestare i piedi. Lo spazio vitale, insomma. Non solo: il metro quadro scelto dai nuovi arrivati, guarda caso, si trova esattamente tra te e le persone che sono giunte prima di te, giustamente collocate avanti di poche decine di centimetri. In quell’anfratto si espanderanno gli amici e gli amici degli amici dei due convenuti, dando così vita ad un miniparty fatto di chiacchiere e risate, salti e balli, telefonate ovunque per richiamare altra umanità da concentrare nello spazio di una scatola di biscotti, ogni tanto un’occhiata a quel che avviene sul palco, qualche strofa delle canzoni intonate in quell’istante, quelle ad effetto, che ogni canzone che si rispetti contiene, accompagnate da gesti acconci con le dita o le braccia tese a seconda della convenienza e, questa volta sì finalmente, dello spazio a disposizione. Che è esaurito a quel punto. Ciononostante, c’è ancora chi tenta di pogare abbracciato spalla a spalla col compagno, mettendo a grave rischio alluci e metatarsi altrui.
Ora, è pur vero che una volta si fruiva dei concerti all’aperto anche in mezzo al fango o sdraiati sulla terra battuta con i lacrimogeni della polizia che ci inondavano di olezzanti brezze – ho abbastanza anni per ricordare i festival di Re Nudo al Parco Lambro con la razzia dei polli e i concerti al laghetto di Redecesio immortalati in una fantastica copertina di Frank Zappa (The Man From Utopia) firmata da Tanino Liberatore – e di passi avanti ne abbiamo fatti, ma mi pare che sul fronte della soglia di attenzione da parte del pubblico più giovane si stiano formando delle crepe preoccupanti. È come se le nuove generazioni fossero talmente abituate allo zapping casalingo da non riuscire a concentrarsi per più di un quarto d’ora sull’evento che sono venuti a vedere. Forse bisognerebbe pensare a pause pubblicitarie durante i concerti, in modo da consentire ai “minus habentes” di riprendersi, anche in considerazione del senso dello spazio fisico, che sembrerebbe irrimediabilmente compromesso. Mesi fa ho assistito ad un concerto di Stefano Bollani ed Enrico Rava all’Auditorium di Milano con accanto una ragazza che per tutto il tempo ha scambiato sms con amici e parenti e ascoltato messaggi. Anche questa è la multimedialità di cui si decantano le fantastiche prospettive? La multidisciplinarietà che ci impedisce di concentrarci su una cosa sola come se fosse una perdita di tempo? Multitasking la chiamano, come le macchine più moderne? Be’, non mi sento ancora sufficientemente cablato per concentrarmi su due cose alla volta, ho dei limiti e vorrei che fossero rispettati, anche ai concerti, dove non posso assistere a quel che avviene sul palco con la dovuta attenzione e contemporaneamente difendere quel minimo spazio vitale di cui chiunque ha necessità, tranne, a quanto pare, molti attuali frequentatori di concerti. E se andassero a suonare i bonghi al Parco Sempione o alle colonne di San Lorenzo non socializzerebbero di più?