Archive for agosto, 2008


Chi teorizza l’evoluzione della specie intendendo il miglioramento delle facoltà psico-fisiche umane non ha tenuto in considerazione il livello della classe politica italica. Non è un caso che si parli con insano entusiasmo di devoluzione.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2008/08/17/pop_bossi.shtml

Poc-kat coffee

pockat.jpgÈ possibile avere il gatto che sa di caffè? Sì, se si vive con un micio invadente, curioso, salterino, sbadato, agitato, infingardo, ficcanaso come il mio. Il momento conclusivo dei nostri pasti è solitamente il caffè, la tazzina con o senza zucchero che si riempie di cremoso liquido, a volte con l’aggiunta di un cioccolatino, da sciogliere in bocca per aggiungere aroma ad aroma. Si dà il caso che il suddetto fulvo impellicciato non possa fare a meno di vedere cosa succede a tavola e se riesce a rubare qualcosa, nonostante le sgridate, il lancio di oggetti o spruzzi d’acqua, che lui mai prende sul serio. Questa volta, un salto improvviso e un gesto maldestro han fatto sì che la tazzina colma piroettasse nell’aria, distribuendo il caldo liquido in parti quasi uguali sul muro imbiancato, sui vestiti, la tovaglia, il pavimento e il gatto stesso. La prima intenzione è stata di mettere il peloso in lavatrice con i vestiti, la tovaglia e i tovaglioli; poi ho pensato che avrei potuto dargli un’imbiancata, così per cambiargli i connotati; alla fine ho optato per una spugna e una risciacquata, ma lui non ha gradito troppo e, alla prima occasione, è andato a nascondersi. Ora ho il micio che sa di caffè, lo accarezzi e sembra di essere al bar. Non si lecca neppure, perché forse non gli piace. Strano, di solito è in grado di mangiarsi qualsiasi schifezza. Sto pensando di spalmarlo di cioccolata. Sarebbe il primo Poc-kat coffee.

Stamattina alle 9 ho visto i primi soldati in via Padova. Erano due, che, assieme ad altrettanti poliziotti, stavano chiacchierando con un negoziante che aveva appena aperto la saracinesca. Mi sono sentito già più sicuro, solo a vederli. Sì, in realtà mi aspettavo qualcosa di più, un aspetto un po’ marziale, un mezzo blindato da cui spuntasse la canna di una mitragliatrice, una baionetta, qualcosa che facesse “fronte” o “trincea” e invece niente. In fondo i militari di pattuglia sono come dei poliziotti grigio-verdi. Cos’hanno di diverso? Gli anfibi al posto delle scarpe (chissà che cottura i piedi a fine turno), i pantaloni infilati negli stessi al posto del completo azzurro camicia-pantaloni-con-la-riga degli agenti, il basco al posto del berretto, l’arma probabilmente è la stessa Beretta, non ho visto se hanno le manette infilate nella cintura, ma sicuramente da qualche parte le avranno, se possono arrestare in flagranza di reato. Al limite minacceranno il sospettato con la pistola in attesa dei poliziotti veri. Dopo mezz’ora dal primo avvistamento, li ho incontrati nuovamente, ma questa volta passeggiavano separati: i poliziotti su un marciapiede e i soldati sull’altro, nella stessa direzione. Giusto, così è più ampio il territorio monitorato, lo sguardo e l’azione spaziano in entrambi i sensi di marcia. Anche i delinquenti contromano sono avvertiti. La sicurezza si avverte, è palpabile, la puoi quasi toccare, la vedi sui volti della gente che sorride, confortata da quella presenza, la spesa è perfino più piacevole. Certo, i soldi da sborsare per due pomodori, mezzo chilo di pane, un pezzo di formaggio e un pacco di pasta ti fanno venire voglia di andare dagli agenti, farti prestare la Beretta e andare a cercare chi ha consentito questo furto legalizzato quotidiano, ma fa niente, la sicurezza è la priorità, anzi, l’emergenza. Oddio, mi viene in mente quando, trent’anni fa, la cronaca cittadina e nazionale ci riferiva quotidianamente di attentati, stragi, bombe, assassinii e ferimenti, perpetrati da terroristi politici, criminali più o meno organizzati, gruppi eversivi e servizi segreti deviati, in collaborazione con cosche e logge. Ci fosse oggi quella situazione con i nostri governanti, temo che la soluzione sarebbe la nuclearizzazione delle aree metropolitane. Dopo il fall-out si registrerebbe senz’altro una drastica diminuzione degli atti criminali. Ma torniamo a noi: esco nel pomeriggio e mi aspetto di vedere ancora pattuglie che viaggiano per via Padova, il cambio della guardia, una cerimonia, l’alza bandiera, anzi no, l’ammaina bandiera e invece niente. Non c’erano più i poliziotti, né blu, nè verdi, nemmeno un carabiniere, neppure uno di quei volontari, capelli grigi e aspetto un po’ dimesso, che nelle scorse settimane si mostravano con una palandrana azzurrina e il simbolo del comune di Milano, mentre passeggiavano avanti e indietro sui marciapiedi della solita via Padova. Penso che nell’immaginario del resto d’Italia, la via Padova deve essere ormai diventata una specie di sentina dei peggiori vizi milanesi, tra droga, prostituzione, malavita varia, mentre, invece, è una strada come tante, con una percentuale di cittadinanza straniera più alta che in altri quartieri. In pratica sono rappresentati tutti i continenti, con l’eccezione forse, dell’Oceania, ma non ci giurerei. Meglio la via Padova del corso Como, dove la presenza di discoteche di lusso frequentate dai danarosi vip ha attirato sciami di spacciatori.
Ma, riguardo al servizio di vigilanza, cosa significa tutto ciò? Le divise circolano al mattino e di pomeriggio via libera per tutti? È questa la sicurezza promessa da Maroni e Larussa? Part-time? Giusto il tempo per le foto che domani finiranno sui giornali e i servizi per i tg serali con le interviste truccate? In effetti, quando un paio di settimane fa hanno inaugurato il “presidio” di via Arquà, sembrava che lì sarebbe sorto una sorta di commissariato mobile, invece non c’è niente se non i soliti giardinetti. La televisione ha mostrato nugoli di vigili e poliziotti che circondavano la sindaca, sembrava quasi che la volessero arrestare e poi sono spariti tutti. Non c’è neppure una lapide che ricordi “qui doveva sorgere il presidio di via Arquà annunciato in televisione e mai nato”. Ora aspettiamoci un po’ di polverone militaresco, già preparato in questi giorni dai servizievoli tg2, tg4, tg5, studio aperto e poi tutti in vacanza, che il mare ci aspetta. Con gli incrociatori al largo, caso mai una nave pirata afghano/talebana volesse assalirci mentre facciamo il bagno. Cosa? Non c’è il mare in Afghanistan? E allora? Secondo voi è normale che si faccia una guerra in Afghanistan praticamente senza averla dichiarata contro un governo che non c’è più alla ricerca di un fantasma come Osama Ben Laden?

Prima di tutto ringrazio Pfd’ac che mi ha scelto per questa catena alla quale partecipo solo perché assomiglia ad una sorta di sondaggio analitico, dal quale dovrebbero emergere tutti i motivi che ci imbarazzano nel definirci “italiettani”, ma che ci dovrebbero spingere anche a tentare di migliorare questa misera condizione. Che siamo provinciali o, per meglio dire, che stiamo tornando al più basso provincialismo, è un processo sotto gli occhi di tutti. Sembrava che gli anni settanta e in parte gli ottanta, con le loro luci e le molte ombre, ci avessero maturato e messo sul binario giusto per crescere come Paese e come cittadini di un Europa che ci guardava con sussiego e compatimento, come quando durante una passeggiata in montagna c’è quello che resta sempre indietro e bisogna aspettarlo battendo il piedino sul sentiero; invece stiamo tornando indietro a passi da gigante verso un livellamento al basso, alla ricerca di un minimo comun denominatore che ci faccia sentire uniti, seduti per terra, ma uniti, ignoranti, ma felici e insieme, tutti pronti ad inneggiare alla bandiera, soprattutto se è sventolata da un calciatore con la maglia azzurra. Ed ecco il primo punto dell’italietta:
1) Il quotidiano più letto è e continua ad essere la Gazzetta dello Sport, che ha aumentato i suoi lettori nell’ultimo anno. È pur vero che anche i quotidiani d’ informazione generalista hanno aumentato le vendite, non di molto, ma le hanno aumentate, ma il foglio rosa continua a svettare. È l’approfondimento sportivo che interessa agli italiani, quello che ci consente di fare bella figura al bar, in ufficio, al circolo o nel salotto con gli amici, dissertando di cross, zone, ingaggi, legamenti e menischi. Con tutto il rispetto per la nobiltà delle discipline sportive e a costo di sembrare snob, mi pare che l’orientamento generale prevalente dovrebbe essere altro. Anche perché, a traino dello sport, ma del calcio quasi esclusivamente, troviamo tutto quel corollario di sconcezze, volgarità e sporcizia, fatto di trucchi, corruzione, imbrogli, violenza, luoghi comuni, lacrime di coccodrillo e strumentalizzazione, anche politica, che anima molte trasmissioni televisive, che hanno poco di sportivo e molto di commerciale e anticulturale.
2) Gli italiettani sono ipocriti e lamentosi. A cominciare dall’espressione del sentimento religioso, elastico come le mutande che indossano, che salgono e scendono a seconda della convenienza del momento; ipocriti quando devono giudicare la condotta altrui senza tenere in considerazione la propria, quando chiedono severe punizioni per gli altri, ma si lamentano dei rigori della legge per sé stessi; quando si adeguano al basso, perché tanto al degrado non c’è rimedio e vi contribuiscono allegramente, salvo poi protestare perché nessuno interviene; ipocriti perchè attendono l’esempio dall’alto, che tarda ad arrivare e, in attesa, devastano materialmente e moralmente il territorio in cui essi stessi vivono, ovviamente lamentandosene in seguito.
3) L’italietta e gli italiettani sono sciatti e pressapochisti. La tendenza è spesso “tanto funziona lo stesso” oppure “chi vuoi che se ne accorga”, sia nel lavoro, sia nella vita privata o nel tempo libero. Tranne che per poche cose che davvero ci interessano e sulle quali siamo pignolissimi, come la macchina, la barca, la moto o, che ne so, la canna da pesca, per il resto, soprattutto se dalla nostra responsabilità deriva un servizio per gli altri, non prestiamo molta attenzione a fare le cose come si deve e, se del caso, siamo pronti ad autogiustificarci o a scaricare la responsabilità su qualcun altro. Vi siete mai trovati di fronte ad un impiegato allo sportello che se ne frega di voi e della vostra necessità e pazienza? O al telefono con un addetto al call center, che parla a malapena l’italiano, anche se lo è di nazionalità e di nascita, e non sa nulla di quello che gli chiedete e nemmeno è in grado di passarvi un responsabile, perché il responsabile non c’è o, se c’è, non ha tempo e voglia di darvi retta?
Ecco spero di avere dato un quadro abbastanza sgradevole dell’italietta che mi indigna, di cui faccio orgogliosamente parte e della quale condivido pregi e difetti.

A questo punto penso che passerò l’anello della catena a Tomas, Zauberei e Idefix