Un’ondata di rinnovamento si srotola da quel di Palazzo Chigi e dintorni verso gli accaldati cittadini, saturi di un anno vissuto pericolosamente tra un governo che traballa e cade e uno che corre sul filo. Nel Paese più vecchio d’Europa si vogliono rinverdire i fasti del passato, rivitalizzare le decrepite generazioni, quando il fascino della divisa esercitava tutta la sua prorompenza sui giovini cuori delle pudiche fanciulle degli anni venti e trenta. Le camionette cariche di fanti che sfrecciavano sui viali ancora non intasati dal traffico, le sentinelle nelle garitte, sotto la pioggia scrosciante o il sole cocente, immobili e fedeli al giuramento prestato (e mai restituito); i generali a tre, quattro, cinque stellette che dispensavano ordini ai colonnelli, i colonnelli ai maggiori, i maggiori ai capitani, i capitani ai sergenti, i sergenti ai caporali, i caporali alle truppe prone e pronte a scattare contro il nemico infido, straniero, sconosciuto e incomprensibile; le pattuglie che vigilavano sulla sicurezza del cittadino, baionetta in canna, sul moschetto 91/38, con l’occhio lucido di nostalgia per la casa lontana e la mamma in attesa, ma con l’orecchio teso per cogliere il minimo segnale del nemico in avvicinamento. Ah, bei tempi: non si vedevano in giro tutti questi immigrati dal nordafrica (caso mai eravamo noi che andavamo a trovare loro), gli arabi erano solo nei libri di Storia, gli indiani nei romanzi di Salgari e gli zingari facevano i giostrai, i teatranti e leggevano il futuro. Ma i bei tempi stanno tornando. Presto gli ottuagenari ritroveranno nuovo vigore alla vista delle gloriose mimetiche, affiancate alle sbiadite giacchette dei pallidi e pavidi poliziotti. I pensionati respireranno l’aria dei vent’anni, quando le culle non erano vuole e la popolazione non invecchiava e non decadeva e il governo si rivolgeva agli italiani di terra, di cielo e di mare (evidentemente la cittadinanza era estesa anche ad uccelli e pesci), nessuno escluso, quando lo spirito patriottico era palpabile e nessuno si sognava di spernacchiare la Marcia Reale o Giovinezza, a meno che non volesse finire in gattabuia imbottito di olio di ricino. I soldati nelle città, li aspettiamo con ansia, Larussa ce li ha promessi, Maroni ce li ha confermati, gli italiani li vogliono (perché soltanto in Iraq e in Afghanistan? e noi chi siamo?), dal 4 agosto li vedremo marciare, anfibi e basco (non l’elmetto?), giberne e moschetto, per via Padova o Piazza Vittorio, Corso Vittorio Emanuele o via Condotti, Quarto Oggiaro o Centocelle, Stazione Centrale o Stazione Termini e mia nonna salterà fuori dalla tomba di Musocco inneggiando all’Impero, ma quello austro-ungarico dato che era una croata del 1888. L’importante è dare un segnale, la sicurezza innanzi tutto e la parata militare è quello che ci vuole per infondere fiducia nella gente. Il 2 giugno tutto l’anno. Questo sì che è patriottico.

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