Tutti sanno cosa significhi “cafone”. Non tutti sanno che, nell’etimologia della parola, c’entra una fune. Ancora meno sanno a che cosa serva esattamente la corda, perché ci sono diverse interpretazioni. Io, invece, saprei come usarla.
Quando si va ad uno spettacolo di arte varia, letteratura, recitazione, musica, cinema, si è giustamente liberi di scegliere se seguirlo sino in fondo o, estenuati, interrompere la visione ed andarsene. È legittimo. Tuttavia, sarebbe da tenere in considerazione anche il punto di vista di chi, sul palcoscenico, si sta producendo e sta dando il meglio di sé (a volte non è tantissimo, ma si apprezza lo sforzo) per tener desta l’attenzione del pubblico. E questo cosa fa? Si alza, causando rumore, disturbo e distrazione per gli altri spettatori, e se ne va. Ora, se lo fa in una platea immensa, ad un concerto rock in uno stadio o in uno spiazzo tipo Woodstock, dal palcoscenico non se ne accorgono certamente, ma in un teatro, durante un concerto di musica classica, tra un movimento e l’altro, dove si dovrebbe sentire solo il fruscìo degli spartiti e, al massimo, qualche trattenuto colpo di tosse o starnuto, è una pratica assolutamente nefasta. Senza tenere in considerazione l’impressione che ne ricava l’artista, il quale, mentre si prepara a portare a termine la sua opera, assiste a questa passerella di deambulanti in cerca dell’uscita (sì, perché taluni hanno il pessimo gusto di lasciare la sala passando davanti alla prima fila, a due metri dai musicisti) ed è costretto ad abbozzare, mentre, probabilmente, avrebbe voglia di impalarli in un controfagotto. Questo succede nella Milano colta ed europea, capitale morale e materiale, che frequenta i teatri e i concerti di musica “seria”, che discetta di alta letteratura e filosofia, scienza ed etica, poesia e drammaturgia, ma che ha vuotato nel cesso la buona educazione.

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