Archive for luglio, 2008


“Sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese che indaga sul Primo Ministro. Nessuno è al di sopra della legge, neppure al di sotto. Sono stato costretto a difendermi contro gli attacchi instancabili di autoproclamati “combattenti per la giustizia”. Lascerò l’incarico in modo onorevole e dopo proverò la mia innocenza.”

(Silvio Berlusconi, Presidente del consiglio italiano)

(Ehud Olmert, Presidente del Consiglio israeliano)

Una ragazzina di Milano, sedici anni, figlia di immigrati dal Bangladesh, seviziata, persino frustata, perché vuole vivere come le sue amiche e coetanee italiane, senza le restrizioni religiose e tradizionali di famiglia. Finisce in ospedale e in comunità protetta e i genitori denunciati.
Una donna marocchina vessata dal marito e dalla suocera perché troppo “occidentalizzata”, viene salvata dalla Associazione Donne Marocchine che segnalano il suo caso alla polizia, che interviene.
Una ragazza egiziana sposa di nascosto in patria un ragazzo connazionale, ma sua padre la tiene prigioniera in un magazzino, perché non è d’accordo sulla scelta dello sposo.
E l’elenco potrebbe proseguire.
Due estati fa nel bresciano il caso di Hina, la ragazza pakistana sgozzata dal padre per gli stessi motivi.
Sono sempre di più i casi di ribellione alle imposizioni di genitori autoritari, che arrivano fino alla violenza fisica pur di far rispettare le tradizioni familiari. Quasi sempre si tratta di famiglie di immigrati, visto che le famigli italiane non hanno quasi più questo problema, semmai il contrario: figli fin troppo attaccati alle gonne di mamma o ai pantaloni di papà e alle loro borsette e portafogli.
La politica non sa come muoversi, o meglio, la destra lo sa benissimo, utilizzando la solita paccottiglia razzista e xenofoba, volta solo a creare tensione e diffidenza, se non odio, verso le comunità straniere “incivili”; ciò che fa specie è il silenzio imbarazzato da sinistra, che pencola tra la “libertà di scelta” di chi proviene da culture diverse e la pena per i maltrattamenti che queste sventurate sono costrette a subire, lasciando che la parte più becera della nostra classe politica gestisca la materia come più le aggrada, traendone tutti i vantaggi possibili. Ma lo vogliamo dire che se un padre massacra di botte la figlia, provenga dal Marocco, dal Bangladesh o dalla Polinesia è un delinquente e basta? Vogliamo affermare che se è giusto spiegargli che nel nostro Paese le cose si fanno diversamente, glielo illustreremo mentre si trova dietro le sbarre e sua figlia ben lontana dalle sue mani? E vogliamo chiarirgli che se la cosa non gli sta bene, una volta scontata la pena per le lesioni che ha provocato ai suoi familiari, può fare le valigie e tornarsene da dove è venuto, con la preghiera di starsene lontano dai nostri confini?
La parola buonismo non so chi l’ha inventata, ma doveva essere un imbecille, perché non ha senso, tuttavia è ora di smetterla di girarsi dall’altra parte, fare spallucce perché non si sa cosa dire. C’è una sola cosa da dire: basta con le botte!

Un’ondata di rinnovamento si srotola da quel di Palazzo Chigi e dintorni verso gli accaldati cittadini, saturi di un anno vissuto pericolosamente tra un governo che traballa e cade e uno che corre sul filo. Nel Paese più vecchio d’Europa si vogliono rinverdire i fasti del passato, rivitalizzare le decrepite generazioni, quando il fascino della divisa esercitava tutta la sua prorompenza sui giovini cuori delle pudiche fanciulle degli anni venti e trenta. Le camionette cariche di fanti che sfrecciavano sui viali ancora non intasati dal traffico, le sentinelle nelle garitte, sotto la pioggia scrosciante o il sole cocente, immobili e fedeli al giuramento prestato (e mai restituito); i generali a tre, quattro, cinque stellette che dispensavano ordini ai colonnelli, i colonnelli ai maggiori, i maggiori ai capitani, i capitani ai sergenti, i sergenti ai caporali, i caporali alle truppe prone e pronte a scattare contro il nemico infido, straniero, sconosciuto e incomprensibile; le pattuglie che vigilavano sulla sicurezza del cittadino, baionetta in canna, sul moschetto 91/38, con l’occhio lucido di nostalgia per la casa lontana e la mamma in attesa, ma con l’orecchio teso per cogliere il minimo segnale del nemico in avvicinamento. Ah, bei tempi: non si vedevano in giro tutti questi immigrati dal nordafrica (caso mai eravamo noi che andavamo a trovare loro), gli arabi erano solo nei libri di Storia, gli indiani nei romanzi di Salgari e gli zingari facevano i giostrai, i teatranti e leggevano il futuro. Ma i bei tempi stanno tornando. Presto gli ottuagenari ritroveranno nuovo vigore alla vista delle gloriose mimetiche, affiancate alle sbiadite giacchette dei pallidi e pavidi poliziotti. I pensionati respireranno l’aria dei vent’anni, quando le culle non erano vuole e la popolazione non invecchiava e non decadeva e il governo si rivolgeva agli italiani di terra, di cielo e di mare (evidentemente la cittadinanza era estesa anche ad uccelli e pesci), nessuno escluso, quando lo spirito patriottico era palpabile e nessuno si sognava di spernacchiare la Marcia Reale o Giovinezza, a meno che non volesse finire in gattabuia imbottito di olio di ricino. I soldati nelle città, li aspettiamo con ansia, Larussa ce li ha promessi, Maroni ce li ha confermati, gli italiani li vogliono (perché soltanto in Iraq e in Afghanistan? e noi chi siamo?), dal 4 agosto li vedremo marciare, anfibi e basco (non l’elmetto?), giberne e moschetto, per via Padova o Piazza Vittorio, Corso Vittorio Emanuele o via Condotti, Quarto Oggiaro o Centocelle, Stazione Centrale o Stazione Termini e mia nonna salterà fuori dalla tomba di Musocco inneggiando all’Impero, ma quello austro-ungarico dato che era una croata del 1888. L’importante è dare un segnale, la sicurezza innanzi tutto e la parata militare è quello che ci vuole per infondere fiducia nella gente. Il 2 giugno tutto l’anno. Questo sì che è patriottico.

Buona la scusa: visto che molti poveri sono sfruttati dal racket dell’accattonaggio, eliminiamoli dalle strade e rovineremo la piazza ai boss dell’elemosina. E chi sfruttato non è? E chi è accattone di suo? Ci sono sempre stati coloro che per vari motivi decidono di vivere di elemosina. Sono stati persino fondati ordini religiosi basati su questo. Il patrono d’Italia era un accattone. Siamo pur sempre un Paese cattolico, fino a prova contraria, ce lo ricorda praticamente ogni giorno un signore teutonico e la sua congrega. Niente da fare: sindaci di destra e di sinistra, di centro, di sopra e di sotto, tutti d’accordo ad emettere ordinanze contro chi allunga la mano per ricevere qualche spicciolo. Ma perché? “Perché lo vogliono i cittadini” – rispondono. E perché lo vogliono i cittadini? Che fastidio danno realmente gli accattoni? Basterebbe ignorarli e, tolti gli atteggiamenti insistenti e aggressivi di alcuni, non ci sarebbero problemi. E invece no, il problema esiste, eccome: ignorarli è impossibile. La coscienza parla, strilla, si fa sentire. Nonostante siamo riusciti in buona parte ad insonorizzarla, basta la vista di un individuo accovacciato per terra, con vestiti dai colori inesistenti, che porge il palmo o mostra un cartello con la scritta “Ho Fame”, magari corredato dalla fotografia di bambini e familiari, per disintegrare la corazza di indifferenza e farci sentire un fastidio fisico che attribuiamo allo straccione, che, quindi, merita di essere redarguito, punito, cacciato, espulso, “vaporizzato”, in modo che non ci faccia più stare così male. E allora ecco la burocrazia venirci in aiuto: quel sistema di carte bollate, timbri, firme, sigle, codici, numeri, articoli, commi, dal linguaggio impossibile, che odiamo con tutte le nostre forze quando si rovescia su di noi, eccolo produrre l’ordinanza che aspettavamo, che ci farà dormire sonni più tranquilli, che ci farà svegliare in un mondo migliore, in cui sia impossibile inciampare in uno schifoso poveraccio che non mangia da giorni, che fruga ignobilmente nell’immondizia, che non ha avuto una vita con le nostre opportunità e se le ha avute non le ha sapute sfruttare, l’incapace, che è stato licenziato, il lazzarone, che non sa come procurarsi una casa, l’impedito, che è stato abbandonato da tutti, l’asociale, dalla famiglia e dagli amici, il nemico pubblico, che ha dimenticato cos’è la dignità, il rifiuto umano, che gliel’hanno calpestata, stracciata, buttata via come una carta sporca. Finalmente l’ordinanza che ci libera dal male. Amen.

E se ce ne andassimo tutti? Dico davvero! Me l’ha fatto venire in mente Pfd’ac con un suo commento. Un sogno. Ci delocalizziamo dove la vita costa meno, dove ci siano dei governanti meno paranoici e impegolati in questioni giudiziarie. Ce la filiamo in qualche paese appena entrato nella UE, con poche leggi, ma molta libertà d’iniziativa, magari troppa, ma senza ipocrisie. E piantiamo in asso questa banda di manigoldi che cercano di far passare per il bene dei cittadini provvedimenti fatti su misura per se stessi. Andiamo a prendere i posti lasciati liberi dagli immigrati nei loro paesi e lasciamo loro i nostri, così i governanti imparano cosa vuol dire maltrattare i cittadini italiani e avere a che fare con i nuovi abitanti che non hanno goduto degli agi e delle mollezze del benessere e magari sono un po’ più avvezzi all’incazzatura attiva: gli immigrati saggeranno un po’ di “democrazia televisiva”, che è sempre un fatto culturale e noi ci piglieremo finalmente una bella vacanza.
Lo so, più che un sogno è uno sfogo, ma non se ne può più di questa gang di incantatori illusionisti che una ne fa e cento ne inventa ogni giorno, fino a negare l’evidenza, come i tagli alla sanità, alla sicurezza, l’innalzamento delle tasse e delle tariffe, persino gli incidenti nucleari in Slovenia e Francia, causati probabilmente da quegli iettatori dei giornalisti sempre pronti a menar gramo, mentre sono stati proprio un paio di ministri a parlare per primi di nucleare e a emettere vibrazioni negative. Non si può più reggere un esercito di individui diffusi in tutto il paese, comandati da un capo di stato straniero con un curioso accento, che, solo per il fatto di indossare abiti lunghi sotto i quali avvengono spesso strane manovre, adottare buffi copricapo e adornarsi di anelli, collane e croci, pretende di dirci come dobbiamo nascere, vivere e morire. Basta con la delocalizzazione delle imprese, delocalizziamo noi stessi. Andiamocene!

«Qui posso permettermi una troupe di 130 persone, solo 15 gli italiani, i capisquadra. Qui ho a disposizione migliaia di comparse, cavalli e stuntman a bizzeffe. Un macchinista in Italia costa 1500 euro al giorno, qui 300. Da noi dopo nove ore scatta lo straordinario, qui non esistono limiti d’orario. Per la manovalanza si usa lo “zingarume rumeno” a 400, 500 euro la settimana» (dal Corriere di oggi, intervista di Giuseppina Manin).
Parola di Renzo Martinelli, autore di capolavori come il Mercante di Pietre e Carnera, regista considerato vicino alla Lega, per intercessione della quale sta realizzando il film sulla battaglia di Legnano, quella del 1176 che oppose la Lega Lombarda, quella vera del Carroccio e della Martinella, a Federico Barbarossa. È andato in Romania a girare (!!!) per le ragioni sopraddette, ma anche per potersi permettere, risparmiando sul budget tecnico, attori come Rutger Hauer e Raz Degan, rispettivamente nei panni dell’imperatore tedesco e di Alberto da Giussano, ma anche Kasia Smutniak, Cecile Cassel, Angela Molina e Murray Abraham. Curioso: nessun italiano e nemmeno padano, nonostante sia una produzione RAI. Produzione delocalizzata, come si vede. In compenso “lo zingarume” questa volta è servito e non si è neppure rubato una cinepresa. Avranno usato le ronde verdi o sarà bastato lo sguardo severo dell’eroico Martinelli? L’idea delle impronte digitali non gli dispiace: «Vorrei sapere chi viene in casa mia». Giusto. E i romeni sanno chi è andato a casa loro? Ma, soprattutto: io che pago il canone RAI, oltre a riempire le tasche di Saccà e le sue amichette, devo anche sobbarcarmi il compenso di questo bifolco?