Mi detesto quando mi trovo a pensare che la musica di ieri era migliore di quella che si fa oggi, perché non è vero. Se lo fosse, ce ne saremmo già accorti da un pezzo e le canzoni sarebbero composte su una pelle d’animale tesa su un ceppo, che accompagna una monodia intonata su un sistema non temperato ad imitazione del canto di qualche uccello. La musica di oggi ha la stessa valenza di quella di ieri e chi lo nega è un passatista, oscurantista, antimoderno…ma allora perché sono andato a sentire una giovane e mediocre chitarrista, nonché pessima cantante americana, che presentava il suo nuovo disco in un noto negozio di Milano e sono tornato a casa con: The River (Bruce Springsteen, 1980, album doppio, edizione nipponica graficamente filologica, con etichetta rossa della Columbia riprodotta sul cd, buste di cartone e di plastica come per il vinile, fascicoletto con testi illeggibili, per via della riduzione del formato, con annesso foglione riportante i test in inglese e in giapponese); There’s No Place Like America Today (Curtis Mayfield, 1975, album gioiello del cantante di Chicago scomparso nel ‘99, con radici profondissime nel gospel e fautore di un funk minimale e psichedelico dal quale Prince ha attinto a piene mani); Black Sabbath (Black Sabbath, 1970, primo album della formazione inglese di Ozzy Osbourne e Tony Iommi, ancora impregnati di blues, nonostante il clima macabro, la campana a morto e il temporale introduttivo, ma con guizzi luminosi e straordinari che squarciano la oscura cupezza di cui si ammantano); Tarkus (Emerson, Lake & Palmer, 1971, secondo disco del trio prog, costruito su una lunga suite dedicata a questa curiosa creatura, una specie di armadillo cingolato, sul quale da piccolo ho fantasticato a lungo senza conoscere una sola parola d’inglese, ma suonandoci sopra come poteva fare un bambino di dieci-dodici anni; mi è tornato in mente grazie a Jordan Rudess, il tastierista dei Dream Theater, che lo ha eletto tra i dischi più importanti della sua vita e gli ha dedicato una parte di un medley pianistico nel suo ultimo disco)? Solo perché i singoli erano in offerta a meno di 10 € (9.90 per la precisione) e The River costava 13.95? Quella può già essere una buona ragione, ma sospetto che non sia l’unica e, anzi, sia la meno determinante. Forse anche perché ieri era il 24 giugno e a Milano festeggiavano il 43° anniversario della “discesa” dei Beatles al Vigorelli per un leggendario concerto, l’unico in Italia della loro storia. La commemorazione è stata animata da alcuni gruppi di musicisti con i capeli grigi o bianchi (quando i capelli non si erano persi per strada), mentre mancavano le nuove generazioni e il tutto aveva un sapore amarognolo. Francamente non sento la mancanza dei Beatles, fenomeno straordinario, ma cristallizzato in quell’epoca, anche se mi piace riascoltare i loro dischi ancora oggi, tuttavia le cover band, soprattutto quelle rigorose e filologiche, le capisco poco, al di là del divertimento che possono provare i componenti. Ho sentito dei ragazzi poco più che ventenni suonare il repertorio dei Rolling Stones ed era tutta un’altra cosa, perché ci mettevano la loro personalità. Ribadisco: non sono un passatista conservatore, mi piace il progresso della musica, la sperimentazione, anche le cose più stravaganti mi attirano sempre, ma la quarantina di euro spesa oggi mi dà da pensare.