Quando vado a vedere un concerto, se ci sono delle sedie o delle poltrone, si presuppone che ci si possa sedere, rilassare e godersi lo spettacolo. Si presume che chi si trova sul palco, sia lì per intrattenermi, è il suo mestiere. Io ho pagato il biglietto, tu suoni, canti, balli, salti, fai quello che vuoi, basta che mi lasci in pace, che ci lasci in pace, che fai quello per cui sei pagato. No, non è più così da tempo. Chi è sul palco si sente in dovere di innescare il rito collettivo e se non ci riesce al primo tentativo, insiste, quasi si offende se il pubblico non raccoglie l’invito e non si alza in piedi battendo le mani come un deficiente, sempre fuori tempo, esultando per essere stato scelto quale membro della comunità degli eletti plaudenti. Tra l’altro, basta che si alzino in quattro nelle prime file, che, come una ola, il movimento si trasmette a quelle successive, tanto che alla fine ognuno è costretto ad abbandonare la propria sedia per non fare la figura del solito asociale, ma, soprattutto, per scorgere qualcosa di quello che sta avvenendo sul palco. E poi: abbiamo ancora bisogno del “maestro di coro” che scandisce vocalizzi dal palco con la pretesa di ottenere risposta dal pubblico? Eeeeeeò…..eeeeeeò! Eeeeooò….eeeeooò! Ma siamo ad un concerto o allo stadio? O siamo tornati all’asilo? Lasciateci in pace! Suonate, cantate, saltate, fate le capriole, vi paghiamo, non preoccupatevi, applaudiamo e strilliamo se proprio insistete, lo facciamo spontaneamente se è il caso, ma non pretendete che facciamo anche il vostro lavoro. Altrimenti pagateci! Voglio il compenso per tutti i concerti ai quali ho assistito in piedi e costretto, mio malgrado, a battere le mani e a “cantare”.

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