Archive for giugno, 2008


Essù, un po’ di comprensione, in fondo fanno tenerezza: il funzionario Rai che si piega a novanta gradi con devozione verso il Gran Capo, che lo onora di chiedergli un favore, perché ossessionato da una “pazza”. “Ma certo dottore, ma sicuro dottore, ma non c’è bisogno di aggiungere altro dottore, sarà fatto immediatamente dottore”; e il produttore, che, simil-fantozzi, dichiara l’ammirazione per le opere del Gran Capo: “ma quanto è bravo dottore, ma che canzoni magnifiche dottore, ma lei è un artista dottore, ma come fa dottore, ma dove trova il tempo dottore, mi illumini dottore, lei è santo dottore”. Ma anche il dottore ha le sue debolezze, come tutti i mortali, anche se lui non lo è. Basta leggersi un po’ di mitologia per accorgersi di come gli dei, pure loro, fossero mossi dalle stesse emozioni degli uomini, causate sempre dalle stesse pulsioni, le più potenti, le più devastanti, da perderci la testa, il senno, il senso comune, la dignità, la vita e rischiando la dannazione eterna. Ha ragione chi ha fatto il titolo d’apertura di Libero stamattina: Il Guaio È La Gnocca!

Mi detesto quando mi trovo a pensare che la musica di ieri era migliore di quella che si fa oggi, perché non è vero. Se lo fosse, ce ne saremmo già accorti da un pezzo e le canzoni sarebbero composte su una pelle d’animale tesa su un ceppo, che accompagna una monodia intonata su un sistema non temperato ad imitazione del canto di qualche uccello. La musica di oggi ha la stessa valenza di quella di ieri e chi lo nega è un passatista, oscurantista, antimoderno…ma allora perché sono andato a sentire una giovane e mediocre chitarrista, nonché pessima cantante americana, che presentava il suo nuovo disco in un noto negozio di Milano e sono tornato a casa con: The River (Bruce Springsteen, 1980, album doppio, edizione nipponica graficamente filologica, con etichetta rossa della Columbia riprodotta sul cd, buste di cartone e di plastica come per il vinile, fascicoletto con testi illeggibili, per via della riduzione del formato, con annesso foglione riportante i test in inglese e in giapponese); There’s No Place Like America Today (Curtis Mayfield, 1975, album gioiello del cantante di Chicago scomparso nel ‘99, con radici profondissime nel gospel e fautore di un funk minimale e psichedelico dal quale Prince ha attinto a piene mani); Black Sabbath (Black Sabbath, 1970, primo album della formazione inglese di Ozzy Osbourne e Tony Iommi, ancora impregnati di blues, nonostante il clima macabro, la campana a morto e il temporale introduttivo, ma con guizzi luminosi e straordinari che squarciano la oscura cupezza di cui si ammantano); Tarkus (Emerson, Lake & Palmer, 1971, secondo disco del trio prog, costruito su una lunga suite dedicata a questa curiosa creatura, una specie di armadillo cingolato, sul quale da piccolo ho fantasticato a lungo senza conoscere una sola parola d’inglese, ma suonandoci sopra come poteva fare un bambino di dieci-dodici anni; mi è tornato in mente grazie a Jordan Rudess, il tastierista dei Dream Theater, che lo ha eletto tra i dischi più importanti della sua vita e gli ha dedicato una parte di un medley pianistico nel suo ultimo disco)? Solo perché i singoli erano in offerta a meno di 10 € (9.90 per la precisione) e The River costava 13.95? Quella può già essere una buona ragione, ma sospetto che non sia l’unica e, anzi, sia la meno determinante. Forse anche perché ieri era il 24 giugno e a Milano festeggiavano il 43° anniversario della “discesa” dei Beatles al Vigorelli per un leggendario concerto, l’unico in Italia della loro storia. La commemorazione è stata animata da alcuni gruppi di musicisti con i capeli grigi o bianchi (quando i capelli non si erano persi per strada), mentre mancavano le nuove generazioni e il tutto aveva un sapore amarognolo. Francamente non sento la mancanza dei Beatles, fenomeno straordinario, ma cristallizzato in quell’epoca, anche se mi piace riascoltare i loro dischi ancora oggi, tuttavia le cover band, soprattutto quelle rigorose e filologiche, le capisco poco, al di là del divertimento che possono provare i componenti. Ho sentito dei ragazzi poco più che ventenni suonare il repertorio dei Rolling Stones ed era tutta un’altra cosa, perché ci mettevano la loro personalità. Ribadisco: non sono un passatista conservatore, mi piace il progresso della musica, la sperimentazione, anche le cose più stravaganti mi attirano sempre, ma la quarantina di euro spesa oggi mi dà da pensare.

20/06/2008 07:12

Onu condanna stupro come arma di guerra7.12 Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha condannato nei termini più forti l’uso dello stupro come arma di guerra,minacciando azioni repressive contro i responsabili delle violenze sulle donne. I Quindici,su proposta degli Stati Uniti, hanno approvato all’unanimità la risoluzione 1820,sponsorizzata da oltre 30 Paesi,tra cui l’Italia.I lavori sono stati presieduti dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, che ha puntato il dito contro la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan e la Birmania. (Televideo)Meno male, sembrava così ovvio che c’è voluto l’intervento dell’ONU. Si spera che non si parli solo di donne, ma anche di uomini e bambini. Peccato che l’input sia arrivato da uno di quei Paesi che non hanno voluto sottoscrivere il trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo. Mutilati sì, violentati no.

Quando vado a vedere un concerto, se ci sono delle sedie o delle poltrone, si presuppone che ci si possa sedere, rilassare e godersi lo spettacolo. Si presume che chi si trova sul palco, sia lì per intrattenermi, è il suo mestiere. Io ho pagato il biglietto, tu suoni, canti, balli, salti, fai quello che vuoi, basta che mi lasci in pace, che ci lasci in pace, che fai quello per cui sei pagato. No, non è più così da tempo. Chi è sul palco si sente in dovere di innescare il rito collettivo e se non ci riesce al primo tentativo, insiste, quasi si offende se il pubblico non raccoglie l’invito e non si alza in piedi battendo le mani come un deficiente, sempre fuori tempo, esultando per essere stato scelto quale membro della comunità degli eletti plaudenti. Tra l’altro, basta che si alzino in quattro nelle prime file, che, come una ola, il movimento si trasmette a quelle successive, tanto che alla fine ognuno è costretto ad abbandonare la propria sedia per non fare la figura del solito asociale, ma, soprattutto, per scorgere qualcosa di quello che sta avvenendo sul palco. E poi: abbiamo ancora bisogno del “maestro di coro” che scandisce vocalizzi dal palco con la pretesa di ottenere risposta dal pubblico? Eeeeeeò…..eeeeeeò! Eeeeooò….eeeeooò! Ma siamo ad un concerto o allo stadio? O siamo tornati all’asilo? Lasciateci in pace! Suonate, cantate, saltate, fate le capriole, vi paghiamo, non preoccupatevi, applaudiamo e strilliamo se proprio insistete, lo facciamo spontaneamente se è il caso, ma non pretendete che facciamo anche il vostro lavoro. Altrimenti pagateci! Voglio il compenso per tutti i concerti ai quali ho assistito in piedi e costretto, mio malgrado, a battere le mani e a “cantare”.

Mi hanno detto che la faccia qui sotto degrada il blog. Io la vedo come una maschera teatrale, come quelle che si usano da millenni sul palcoscenico sin dall’epoca di Aristofane, passando per la Commedia dell’Arte per arrivare alle moderne e più estreme rappresentazioni. Senza voler riesumare tetre teorie fisiognomiche, mi sembra una faccia-simbolo del nostro tempo cannibale, della voracità che dilaga, della rincorsa verso la propria rivendicazione personale, spesso senza neppure preoccuparsi di ammantarla con l’interesse collettivo. Sarò troppo lombrosiano?

brunetta.jpgA Milano diciamo “piscinin, brutt e cattiv” per definire la classica carognetta, quello piccolo e dispettoso che da bambini tutti abbiamo conosciuto. Sembra il ritratto del ministro Brunetta, veneziano, classe 1950, una carriera costruita sui carri governativi, prima socialisti, all’epoca di Craxi e poi di Berlusconi. Il ministro giura che farà
pulizia tra gli statali, denuncerà per truffa aggravata quegli impiegati sorpresi a fare il doppio lavoro o ad occuparsi d’altro in orario d’ufficio. Sono i classici “statali” che timbrano il cartellino o se lo fanno timbrare dal collega e poi vanno dal parrucchiere, a fare la spesa, al motel con l’amante o al mare con la famiglia. Un po’ come quei parlamentari che passano la tessera al collega perché voti in aula al posto loro, i cosiddetti pianisti, mentre loro sono in tutt’altre faccende affaccendati, prendendo ugualmente stipendio e gettone di presenza. Anche per loro, come per gli altri statali, si configuri la truffa aggravata. Vai Brunetta, sei tutti noi! Così ti vogliamo: piscinin, brutt e cattiv!