Archive for maggio, 2008


Questa è bella: un rapinatore di banca, inquilino frequente delle patrie galere, si traveste da vendicatore mascherato der Pigneto (“io sò dde sinistra, ci ho ppure er tatuaggio der Che”) per punire lo straniero che ha rubato il portafoglio di sua sorella. Non solo: dà lezioni di etica e lamenta la mancanza di giustizia. Ha ragione: il crimine nazionale non può tollerare invasioni di campo extracomunitarie. Questi ladri stranieri che rubano il lavoro ai delinquenti autoctoni non possiamo permettere che agiscano nei nostri quartieri! Cacciamoli! Sterminiamoli! Così i nostri criminali potranno tornare ad agire indisturbati come una volta. E non ci vengano a dire che è un lavoro che gli italiani non vogliono più fare, perché è una bugia messa in giro dai soliti sovversivi buonisti e mollaccioni.

Secondo un’indagine del forum permanente sulla prostituzione, un milanese su tre è andato o continua ad andare con le prostitute, senza contare trans e travestiti, che farebbero alzare senz’altro la media. Inoltre, il 70% dei clienti delle prostitute è sposato ed è molto facile che quando torna dalla mogliettina porti con sé un ricordino del suo passatempo preferito.
Perciò, quando vostro marito rientra a casa la sera, spruzzatelo d’alcool, voi non sapete perché, ma lui sì.

…dato che siete così svogliati ve lo faccio vedere io (grazie a Yubi).

http://www.youtube.com/watch?v=Da7mJ2OLbFw

Non so se avete notato, ma c’è in circolazione una pubblicità televisiva che utilizza un travestito come testimonial. Credo che sia la prima volta. Una scelta di marketing piuttosto coraggiosa, visti i tempi. È vero che in tv il travestitismo è di casa da tempo, ma spesso come fenomeno su cui ridere e fare battute. Utilizzarlo come veicolo pubblicitario è tutta un’altra cosa. Il prodotto è tipicamente femminile, un target con meno pregiudizi in quel senso, ma mi pare che quasi nessuno se ne sia accorto. Sapete cos’è? Non si vince un premio, ma se ne può parlare.

Come tutti i contribuenti, tranne la fetta “evasiva”, eccomi alle prese con la dichiarazione dei redditi. Dato che con i numeri, le percentuali, le deduzioni e le detrazioni, gli scaglioni, le quote eccedenti, quelle con le ali (aliquote, ah ah ah!) e quelle ammortizzabili vado poco d’accordo, mi faccio aiutare da un bel CAF, acronimo che una volta stava per comitato anti-fascista e oggi per Centro Assistenza Fiscale (come cambiano i tempi nell’era Padoa-Vischioppa-Tremonti!). Sento la pubblicità di quello associato al sindacato più diffuso d’Italia (no, non è ancora quello padano, ma tra non molto…) e decido di affidarmi alla sua sapienza e competenza. Anzi, per meglio approcciare il busillis, mi ci iscrivo (al sindacato, non al CAF), poiché, come socio, ritengo di poter usufruire di un miglior servizio. La fine del mese è vicina, raccolgo tutti i documenti utili e chiamo il magico numero verdognolo (non è esattamente verde, non è gratuito, è un 848 a tariffa fissa) e dopo soli due tentativi mi risponde la gentile voce di Simone, che mi chiede in cosa mi può aiutare, il tipico modo anglosassone, mutuato dall’ “how can I help you?”, che ha sostituito il più asettico: desideraaaa?, che fa tanto Bice Valori al centralino della RAI di Canzonissima. Gli spiego l’esigenza di fissare un appuntamento per compiere il mio dovere di onesto cittadino, felice di contribuire con le sue poche risorse al benessere del Paese e garantire l’erogazione dei servizi utili alla collettività. Non lo espongo proprio in questi termini, ma lui è intuitivo e capisce, verifica l’agenda e mi fissa un appuntamento per il 3 luglio. Ora, io non sono informatissimo sulle scadenze, ma ho un vago ricordo relativo alla fine di maggio o i primi di giugno e mi pare che la data propostami sia un tantino in là nel tempo. Espresse le mie perplessità, il cortese Simone mi spiega che, se presentata attraverso il CAF o intermediario autorizzato, la dichiarazione può essere consegnata entro il 31 luglio. Rassicurato sulla scadenza, accolgo con esultanza la data del 3 luglio, nel pomeriggio alle 16:30 (ne prendo nota immediatamente in agenda, è un giovedì, giorno fausto per il pagamento delle tasse, a ridosso del weekend, durante il quale ci si potrà distrarre dal salasso appena conseguito) e ringrazio per prontezza, precisione ed efficienza il buon Simone. Tuttavia, non so perché, sento che c’è qualcosa di strano, un tarlo che comincia a rodere, perché è stato tutto troppo facile. Vado sul sito del CAF e controllo le scadenze: è vero, per la presentazione della dichiarazione c’è tempo sino al 31 luglio, ma per i pagamenti il termine è il 16 giugno, una data sensibilmente anteriore. Ma come faccio a sapere se devo pagare un conguaglio rispetto ai contributi già versati se l’esperto non me lo dice? E come faccio a versarli entro il 16 giugno se l’esperto me lo comunica dopo il 3 luglio? Rischio di diventare “evasivo” anch’io. La faccenda non mi piace e richiamo il numero verdognolo: le possibilità di parlare ancora col gentile Simone sono pari al numero di volte in cui un politico colto con le mani nella marmellata abbia ammesso le proprie responsabilità senza accampare scuse e giustificazioni e, infatti, mi risponde la cortese Alessandra, alla quale confido tutti i miei dubbi. Lei comprende e con rassegnazione mi informa che la convenzione con il sindacato prevede di assumere incarichi solo dopo il 18 giugno. “Ma così significa pagare inevitabilmente in ritardo e incorrere nella mora!” – le ribatto. “Sì – mi risponde, aggiungendo che la mora è del quattro per mille sul dovuto. Mi consiglia di chiamare direttamente il sindacato per chiarimenti, fornendomi il numero diretto. Lo faccio e risulta sempre occupato. Allora chiamo il centralino, che mi conferma l’esattezza del numero, ma aggiunge anche che se risulta occupato a me, la chiamata dall’interno darà lo stesso esito. E, infatti, il telefono è libero. Mi risponde una signora dal fare serio e compunto. Anche a lei confido il mio travaglio. Ricevo la risposta che prevedevo e che non mi piace: è così e non ci si può fare niente.
“Ma quando mi sono iscritto al sindacato mi avete detto che avrei avuto a disposizione una serie di servizi di consulenza, non che avrei pagato le tasse in ritardo, questo non c’è scritto sul libretto che mi avete consegnato e non lo dite neppure negli spot pubblicitari che mandate in onda nelle radio nazionali!”
“Ha ragione – mi risponde – se vuole le do il numero del nostro ufficio legale.”
“E cosa me ne faccio? Non voglio mica farvi causa, sto semplicemente lamentando un disservizio che lei mi conferma insito nel servizio stesso: in altre parole una fregatura.”
“No, il fatto è che parlando con l’ufficio legale potrebbe farsi rifondere la mora, non sarebbe la prima volta.”
“Non è questo il punto. La rifondono a me che telefono e non ad un altro che per motivi suoi non chiama. Ma che sistema è? E poi, per colpa vostra passo per uno che paga le tasse in ritardo e questo è un danno che non mi potete rifondere.”
“Mi spiace…”
“Anche a me, buongiorno.”
Mentre metto giù la cornetta sento chiaramente la mia interlocutrice parlare con un collega e dire qualcosa del tipo: “ora chiamo il capo, perché non è possibile che ci dobbiamo beccare i cazziatoni degli iscritti a causa della loro disorganizzazione…”
Se il rapporto cittadino-fisco non è mai stato dei più felici, questo è il modo migliore per affossarlo defintivamente.

Guardo i mobili di casa e mi accorgo di non averne comprato uno nuovo, a parte le librerie, che sono ormai tre, qualche mensola, il divano color gatto e il “carrello” dello stereo. Li ho “ereditati” più o meno tutti, regalati, prelevati da case svuotate (non svaligiate) e sgomberi vari. Oggi, che mi portano un armadio per la camera da letto, neppure questo nuovo ma in buone condizioni, ho dovuto svuotare quello vecchio. Non si ha idea di quello che ci sta in un armadio finché non lo si tira fuori e lo si “spande” ovunque ci sia posto, cercando, per quanto possibile, di mettere le cose assieme in modo razionale per ritrovarle e risistemarle senza perderci la testa e i giorni. Più estraevo roba e più se ne materializzava all’interno, probabilmente proveniente da un’altra dimensione, un universo parallelo che ha la sua porta dietro le ante, uno Stargate di abete impiallacciato. Sì, perché essendo un accumulatore di carte, fascicoli, documenti, scatole, oggetti, riviste di ogni genere, tra i vestiti da uomo (miei) e da donna (non miei), si annidano migliaia di cose che poco hanno a che fare con l’abitudine di coprirsi e molto con una personalità leggermente “disturbata”, che non ama dividersi dalle cose (e dalle persone) se non in modo drastico e traumatico, salvo poi pentirsene….ma è un vecchio discorso già fatto e pubblicato. L’impressione è che, una volta montato l’armadio, mi accorgerò di averne bisogno due. Speriamo che anche quello nuovo sia dotato di Stargate, così spedisco la roba nel mobile di qualcun altro.