…è che non sai da dove (ri)cominciare, temi di essere banale , e lo sei, ma ti dici anche che non te ne importa poi molto. Il fatto è che tutti bene o male ci passano o ci sono passati e tanti ci tengono a fartelo sapere. Lo vedi da come annuiscono con la testa, come atteggiano la bocca in un sorriso dispiaciuto che non so descrivere oppure te lo dicono esplicitamente. Anche se non cerchi comprensione la trovi quasi sempre, tranne nei casi in cui l’interlocutore ti rovescia addosso la sua esperienza analoga, ma enormemente più sconvolgente. Ci sono quelli che ti chiedono quanti anni aveva e alla risposta “novanta” sono più distesi, perché “allora era molto anziano, aveva vissuto…no, non voglio dire che dovesse succedere per forza, ma, insomma….” e un sorriso comprensivo salva l’imprudente che ormai si avvoltola nell’imbarazzo. Oppure incontri gli sciacalli dei sentimenti, quelli che vogliono sapere esattamente come ti sei sentito in quel momento, come stai adesso e che cosa provi. Pensavo che esistessero solo nei telegiornali e invece…e sono pure insistenti. In genere, però, si usano meno parole possibile: metafore, sottintesi, occhiate, abbracci, strette di mano, frasi di circostanza, biglietti, telegrammi, firme su registri, lacrimucce, grazie, grazie, grazie, grazie, parola che ho pronunciato milioni di volte in queste ultime settimane. Dicevo: temi di essere scontato, perché, in fondo, è la cosa più scontata che esista: l’inizio e la fine, la A e la Zeta, i titoli di testa e di coda e senza la pubblicità in mezzo, una tirata tutta d’un fiato fino alla scritta The End e poi più niente, ti alzi, esci dalla sala e ripensi a quello che hai visto e sentito. La prossima volta evito i pop corn.
E’ talmente banale che nessuno o quasi ha voglia di parlarne. Chi lo fa è per una sorta di anti-conformismo che diventa a sua volta conformismo dell’anti-conformismo in un gioco di specchi dal quale non si riesce più a distinguere l’immagine originaria.
Ripensandoci, però, se l’argomento è banale , semplice e scontato, se tutti sanno cos’è, com’è, perché, come mai ci coglie sempre così alla sprovvista da lasciarci senza parole? E perché parlarne sembra così originale e persino sconveniente? Perché ne sto scrivendo e cerco di scegliere le parole giuste per tentare di essere, senza troppo riuscirci, il più preciso possibile e non aggiungere banalità a banalità? Perché non parlo d’altro, come se niente fosse accaduto, come se provenissi dal solito post sul “genio del male” peloso che mi spia da dietro il coperchio del nuovo MacBook, comprato e applicato come un cerotto sulla lacerazione ancora aperta? Siamo fatti di carta, fragili come fogli, ma basta un po’ di scotch per rimettere assieme i pezzi, anche se lo strappo si vede ancora lì sotto, la facciata resta stropicciata e sul lucido del nastro adesivo non si può più scrivere.
Perciò basta, mi voglio adeguare, già troppe righe si sono stratificate su un tema così sciocco, semplice, scontato, banale, sottile, inconsistente come la morte.
Argomento chiuso. Archivio.