Archive for gennaio, 2008


Se commetti un reato, una volta scoperto, puoi augurarti due cose: che dopo tanti anni ti sia perdonato (prescrizione) oppure che sia cancellato da un piccolo spostamento dell’Etica di Stato (depenalizzazione). Agli occhi dell’opinione pubblica e degli elettori quale sarà il male minore?

Archivio

…è che non sai da dove (ri)cominciare, temi di essere banale , e lo sei, ma ti dici anche che non te ne importa poi molto. Il fatto è che tutti bene o male ci passano o ci sono passati e tanti ci tengono a fartelo sapere. Lo vedi da come annuiscono con la testa, come atteggiano la bocca in un sorriso dispiaciuto che non so descrivere oppure te lo dicono esplicitamente. Anche se non cerchi comprensione la trovi quasi sempre, tranne nei casi in cui l’interlocutore ti rovescia addosso la sua esperienza analoga, ma enormemente più sconvolgente. Ci sono quelli che ti chiedono quanti anni aveva e alla risposta “novanta” sono più distesi, perché “allora era molto anziano, aveva vissuto…no, non voglio dire che dovesse succedere per forza, ma, insomma….” e un sorriso comprensivo salva l’imprudente che ormai si avvoltola nell’imbarazzo. Oppure incontri gli sciacalli dei sentimenti, quelli che vogliono sapere esattamente come ti sei sentito in quel momento, come stai adesso e che cosa provi. Pensavo che esistessero solo nei telegiornali e invece…e sono pure insistenti. In genere, però, si usano meno parole possibile: metafore, sottintesi, occhiate, abbracci, strette di mano, frasi di circostanza, biglietti, telegrammi, firme su registri, lacrimucce, grazie, grazie, grazie, grazie, parola che ho pronunciato milioni di volte in queste ultime settimane. Dicevo: temi di essere scontato, perché, in fondo, è la cosa più scontata che esista: l’inizio e la fine, la A e la Zeta, i titoli di testa e di coda e senza la pubblicità in mezzo, una tirata tutta d’un fiato fino alla scritta The End e poi più niente, ti alzi, esci dalla sala e ripensi a quello che hai visto e sentito. La prossima volta evito i pop corn.
E’ talmente banale che nessuno o quasi ha voglia di parlarne. Chi lo fa è per una sorta di anti-conformismo che diventa a sua volta conformismo dell’anti-conformismo in un gioco di specchi dal quale non si riesce più a distinguere l’immagine originaria.
Ripensandoci, però, se l’argomento è banale , semplice e scontato, se tutti sanno cos’è, com’è, perché, come mai ci coglie sempre così alla sprovvista da lasciarci senza parole? E perché parlarne sembra così originale e persino sconveniente? Perché ne sto scrivendo e cerco di scegliere le parole giuste per tentare di essere, senza troppo riuscirci, il più preciso possibile e non aggiungere banalità a banalità? Perché non parlo d’altro, come se niente fosse accaduto, come se provenissi dal solito post sul “genio del male” peloso che mi spia da dietro il coperchio del nuovo MacBook, comprato e applicato come un cerotto sulla lacerazione ancora aperta? Siamo fatti di carta, fragili come fogli, ma basta un po’ di scotch per rimettere assieme i pezzi, anche se lo strappo si vede ancora lì sotto, la facciata resta stropicciata e sul lucido del nastro adesivo non si può più scrivere.
Perciò basta, mi voglio adeguare, già troppe righe si sono stratificate su un tema così sciocco, semplice, scontato, banale, sottile, inconsistente come la morte.
Argomento chiuso. Archivio.

Ciao Pa’

È come quando stai annegando: vorresti tirare il fiato, ma non puoi, l’aria non arriva, senti un gorgoglio e cominci a tremare. Oppure è come se qualcuno ti si siede sul petto, te lo schiaccia col suo peso e non riesci a gonfiarlo, il diaframma non sale e il fiato si fa sempre più corto, cominci a temere il peggio. Forse sono entrambe le cose, non ho fatto in tempo a chiedertelo, non c’era abbastanza fiato da sprecare per le mie stupide curiosità: edema polmonare lo chiamano nel freddo linguaggio medico, quello dispensato ai profani, perché tra loro usano sigle o abbreviazioni. Ti concedono comunque una spiegazione, perché capiscono che, se anche accenni con la testa quello che appare un timido “sì, so pressappoco cos’è, ne ho sentito parlare, la parola non mi è nuova, ma in questo momento mi sfugge l’esatto, preciso e inesorabile significato”, loro ti chiariscono che alla scarsa capacità del cuore, pulsante da novant’anni, ultimamente con poca scioltezza e qualche irregolarità, di pompare sangue per se stesso e per il resto del corpo, consegue la formazione di liquido nei polmoni, col risultato di diminuirne la capacità, penalizzare lo scambio ossigeno-anidride carbonica, obbligare ad una respirazione più veloce, affannosa, vana, sterile. Non c’è niente di peggio del fiato che manca, ti può mancare tutto, ma non l’aria, non te ne fai una ragione, è un bisogno immediato, imperioso, pressante, una necessità impellente, che non ammette deroghe, dilazioni, compromessi. L’aria ti serve, tutta e subito. E invece non c’è, ce n’è poca e solo ogni tanto. E tu non sei più sicuro di cavartela anche questa volta, perché lo leggi negli occhi di chi ti sta intorno, perché avrai anche novant’anni e i riflessi un po’ arrugginiti, perché chi porta un camice bianco, verde, viola, azzurro, impara a dissimulare, ma certi sguardi si capiscono; perché avrai anche novant’anni, d’accordo, ma hai fatto la guerra, la pace e ancora la guerra, hai combattuto la quotidianità, che è molto più lunga della guerra con le pallottole, perché hai visto milioni di occhi e hai imparato a individuare le emozioni, e la paura della morte la conosci, te la ricordi, la vedi, la senti, addosso. Anche addosso a me, che non so come guardarti, cosa dirti, come toccarti. Con quel respiratore che ti avvolge la testa, bianco e giallo, una specie di casco che ti fa sembrare un astronauta degli anni sessanta, mi ricordi Odissea nello Spazio e per un momento mi vergogno di averlo pensato e di avere sorriso in fondo alla nuca, ma non c’è niente di epico, di avventuroso, di straordinario, nel tuo tentativo di tenere alla larga la signora in nero, che hai la sensazione stia alle mie spalle. C’è invece la miseria dell’esigenza impellente di aria e acqua, ti agiti, ciondoli a destra e a sinistra, tiri le cinghie, spingi in là le coperte, hai gli occhi gonfi, la bocca aperta, faresti qualsiasi cosa per tirare il fiato come si deve e ingerire un liquido fresco, ma è impossibile, hai la gola riarsa, ma te la devi tenere, ordine dei medici. È una tortura. Non si può finire così. Te lo vorrei togliere il casco, slegarti i lacci che ti trattengono i polsi, avrei dovuto farlo. Un ultimo gesto di pietà per lasciarti andare via con la gola fresca e magari un sorriso di sollievo sulle labbra all’ultimo respiro. Il bicchiere della staffa, per salutarsi, come si faceva una volta prima di mettersi in viaggio. Ora hai smesso di ansimare, finalmente, hai smesso di leggermi in faccia, la pena, la paura, l’imbarazzo del dolore, l’impotenza, hai chiuso il libro su tutti noi. Chissà se hai bisogno di respirare ora, se puoi bere e hai a disposizione tutta l’acqua che vuoi, oppure se sono esigenze superate dalle parti dove ti aggiri oggi. Non so neppure se augurarmi che tu dia un’occhiata quaggiù, per vedere quel che succede in tua assenza, come annaspiamo per tenere assieme i pezzi delle nostre esistenze, perché, anche se ti aspetti il peggio, quando arriva non sei mai completamente pronto e il colpo ti lascia stordito. Mi piace pensare che tu ora sia sereno e distaccato, che la tua parte l’abbia fatta per quasi un secolo e ora abbia tutto il diritto di pensare ad altro, lasciando a noi l’incombenza di trascinarci dietro il mondo. Poi, se sarà il caso, un giorno ci si potrà rivedere e saranno abbracci e pacche sulle spalle. Ciao Pa’.

vaso.jpg

T’amo o mio vaso; la vite e l’oleandro

Di colore e di tratto il decoro mostri,

O che bello fossi in palissandro

Di legno ali e becchi come rostri;


Oche in acqua starnazzano contente

Mentre il rolex dell’uom segna i secondi,

Ei ti plasma e ti forma e tu co ‘l lento

Giro di paziente tornio rispondi.


Da la morbida argilla umida e rossa

Sorge il tuo spirito e prende forma,

Fino a sembrare coppa colma e grossa

E nel giallo occhio del bestio latente

Ivi si rispecchia come nel mirino

Del disastro ineffabile imminente.

gcanc (da Carducci Giosuè fu Michele)

Nati il 6 gennaio

A tutti gli spiritosoni che da 46 anni mi chiedono se mi ha portato la befana nella calza, faccio notare che la befana consegna la merce come può, data l’età, e quando non trova le calze la lascia dove càpita. Inoltre, sono in buona compagnia:

1256Santa Gertrude, monaca tedesca

1412Giovanna d’Arco, santa francese

1499San Giovanni d’Avila, presbitero spagnolo

1692Francesco Maria Zanotti, scrittore e filosofo italiano

1756Gaspare Landi, pittore italiano

1762Dionigi Strocchi, scrittore italiano

1797Edward Turner Bennett, zoologo inglese

1822Heinrich Schliemann, imprenditore e archeologo tedesco

1824Gottardo Aldighieri, baritono italiano

1832Gustave Doré, pittore e incisore francese

1835 – Cezar’ Antonovič Kjui, compositore, generale e ingegnere russo

1838Max Bruch, compositore e direttore d’orchestra tedesco

1861Victor Horta, architetto belga

1872Aleksandr Nikola’evič Skrjabin, compositore e pianista russo

1874Adolfo de Carolis, pittore, illustratore e letterato italiano

1878Carl Sandburg, poeta statunitense

1883Kahlil Gibran, poeta, pittore e filosofo libanese

1887Pippo Rizzo, pittore italiano

1890Aldo Vitali, enigmista italiano

1901Pietro Berri, medico e musicologo italiano

1913Loretta Young, attrice statunitense

1924Earl Scruggs, musicista e compositore statunitense

1925Luciano Liggio, criminale italiano

1926Kid Gavilan, pugile cubano

1928Germaine Lefebvre, attrice francese

1929Babrak Karmal, politico afghano

1937Paolo Conte, cantautore italiano

1938 – Adriano Celentano, cantante, attore e conduttore televisivo italiano

1943

1946

1947Sandy Denny, cantautrice inglese

1953

1954 – Anthony Minghella, regista, commediografo e sceneggiatore britannico

1955Rowan Atkinson, attore e comico britannico

1961Kay Rush, giornalista italiana

1962

ed è solo una selezione arbitraria fino al 1962.

Auguri
Grazie, ma di cosa?
Il compleanno.
Di chi?
Il tuo.
Ma non è oggi.
Ah già, è domani. Be’, allora auguri per domani.
Ma cosa vuol dire?
Se non sono per oggi, sono per domani.
E per oggi?
E per oggi cosa?
Non mi auguri niente?
Ma…
Quindi oggi mi può succedere la peggiore disgrazia, tanto il compleanno è domani e quindi gli auguri valgono solo per domani?
Ma no, auguri anche per oggi allora.
E poi, auguri di cosa?
Di molti altri anni.
Anni come?
Ma…
Che ne sai di come è stato quest’anno per me?
Ma io…
Quindi tu mi auguri molti anni come quello trascorso senza sapere come è stato quest’anno? Potrebbe essere stato il peggiore della mia vita e tu me ne auguri molti altri così?
Ma no, è un modo di dire. Al compleanno si augura lunga vita indipendentemente da come…
Già, tipico dei superficiali come te, perché quella che conta è la quantità, non la qualità.
Ma sì, anche la qualità, ma senza quantità anche la qualità va a farsi benedire, visto che vuoi filosofeggiare.
Ma una vita pessima, più è lunga e più va a peggiorare. Meglio una fine orribile che un orrore senza fine.
E va bene. Allora specifico meglio. Auguri di buon compleanno per domani. Ti auguro di passarlo in compagnia a festeggiarlo.
In compagnia di chi?
Ma che ne so?
È così che specifichi? Prima mi fai degli auguri generici che mi prospettano una lunga vita da derelitto, infermo, senza un ausilio, tra spazzatura ed escrementi e nessuno che mi venga a trovare…
Ma cosa vaneggi?
…e adesso mi auguri di trascorrere il giorno del mio compleanno assieme a sconosciuti, che magari mi tocca invitare a casa e sono sicuro mi ruberanno qualcosa o, peggio, si installeranno a casa mia e dovrò chiamare la forza pubblica per sgomberarli.
Senti, io ti sopporto solo perché sei mio amico da tanti anni, ma secondo me stai dando i numeri. Io ti volevo augurare solo di trascorrere il giorno del tuo compleanno con chi ti faceva piacere avere accanto.
Con chi?
Ma che ne so.
Vedi che continui ad essere superficiale?
Ma no, è che non ci frequentiamo da un po’ e ho perso le coordinate della tua vita privata.
Ah, hai perso le coordinate.
Ma certo! Stai ancora con Giovanna?
No.
Ah, mi dispiace.
Perché?
Be’, perché era simpatica e carina.
È per questo che se ne è andata.
Cioè?
Ha trovato uno come te che la trovava simpatica e carina e in più, aveva otto carte di credito, una macchina sportiva, villa a Cap Ferrat e cottage a St. Moritz. Siete proprio dei bei tipi voi che trovate simpatiche e carine le donne degli altri.
E allora? Sarà mica colpa mia adesso.
Mah…
Va be’, e Alessandra la vedi ancora?
No.
Come mai?
Voleva venire a vivere a casa mia.
E quindi? Non mi sembrava una cattiva idea. Iniziare una convivenza, un percorso di vita assieme è sempre un’esperienza interessante.
Parla per te: mettermi in casa un’estranea, quella mette le radici e chi la sradica più.
E ti pareva….e Franca, la Franchina, non ci andavi d’accordo? Sembravate fatti l’uno per l’altra.
E sì, è vero, ci andavo d’accordo, solo che poi ha cominciato a farmi strani discorsi.
Di che tipo?
Che il suo spirito guida le diceva delle cose.
Il suo che?
Lo spirito guida, pare che tutti ne abbiano uno. Il suo era una specie di stregone della Patagonia che le dettava ricette tremende di beveroni fatti con radici e funghi, che ingurgitava a caraffate e pretendeva che li bevessi anch’io. Una volta l’ho fatto e ho vomitato cose che neanche sapevo di avere mangiato. Lei mi diceva che mi stavo liberando della mia vecchia pelle per rinnovare la mia vita, come fa il serpente. Io le rispondevo che alla mia vecchia pelle ci ero affezionato e non avevo intenzione di perderla assieme alla vita, avvelenandomi con gli intrugli di un indio, mica per niente morto, probabilmente ammazzato dai suoi commensali sopravvissuti. E siccome non ho istinti omicidi, ma potrebbero sempre svegliarsi, ho invitato la Franchina a prendersi le sue cianfrusaglie esoteriche e filarsela col suo patagonico, prima che mi venisse in mente di piantarla in giardino come un oleandro.
Capisco.
Vedi cosa succede a fare gli auguri così incautamente come fai tu?
Uffa, non pensavo…io volevo solo farti piacere con gli auguri di buon compleanno. Tutto qui.
Tutto qui?
Sì.
Quindi volevi solo augurarmi buon compleanno?
Ma certo.
Va be’, allora grazie.
Prego.
Ci vediamo.
Ciao.
Ciao. Ah scusa.
Sì?
Giusto così, per essere precisi fino in fondo, ma il mio compleanno è il mese prossimo.
Ma vaff…