dalai.jpgIl Dalai Lama può essere simpatico o meno, ci può anche lasciare indifferenti, ma si tratta pur sempre di un Premio Nobel per la pace, un capo spirituale per i buddisti, un leader politico in esilio. Merita il rispetto che si tributa a chiunque nella sua posizione. Il Dalai Lama viene in “tour” in Italia. Non è la prima volta e in passato è stato ricevuto dalle autorità con onori e ossequi, com’è giusto. Stavolta no. il Comune di Milano gli sbatte la porta in faccia. Perché? Per non irritare la Cina, che ha un conto aperto col Dalai Lama, perché va in giro a parlare male del regime di Pechino. Chiunque lo farebbe se gli avessero invaso il paese e l’avessero costretto alla fuga e all’esilio. In realtà, il Dalai Lama non va in giro con cartelli e striscioni con su scritto Abbasso la Cina, ma solo la sua presenza è ingombrante, in quanto fuggitivo dal 1959 dal Tibet dove rischiava la vita, visto che molti suoi compagni di convento, monaci pure loro, sono stati massacrati dalle guardie di Mao. Ma perché non vogliamo irritare la Cina? Da quando andiamo a braccetto con i cinesi? Ma non sono quelli che taroccano i prodotti, vendono giocattoli che fanno male ai bambini, cuociono anche i bambini e se li mangiano, provocano rivolte in via Paolo Sarpi e quindi sono da cacciare senza troppi complimenti, secondo i nostri amministratori, magari ad Arese, nell’area lasciata libera dalla ex Alfa Romeo ormai dismessa? Certo che sono loro, gli stessi, uguali, precisi. Ma chi gridava alla cacciata dei musi gialli, non aveva fatto i conti con un paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti, circa mille volte quelli di Milano. Quando la nostra sindachessa è andata in missione a Pechino, ha parlato di via Paolo Sarpi addirittura col ministro degli esteri cinese, interessatissimo alla cosa. A quel punto si è capito che non si poteva fare dei cinesi di Milano un pacchetto da spedire dove si voleva e fare di via Paolo Sarpi un’isola pedonale senza chiedere il permesso a Pechino, alla faccia di chi strilla “Padroni a casa nostra!!”. C’è anche un altro problema: Milano vuole ospitare l’Expo 2015 ed è in lizza con Smirne. Tra i votanti che dovranno decidere, ci sono anche i cinesi. Far loro un torto significherebbe perdere un voto “pesante” come quello di Pechino. Perciò, il Dalai Lama, sarà anche un premio Nobel per la pace, ma per l’Expo 2015, pace e diritti umani possono anche andare a farsi friggere, tanto c’è Cologno Monzese, paesone alle porte di Milano, che gli assegnerà la cittadinanza onoraria e gli consegnerà le chiavi della cittadina. Si accontenti di quelle. Milano, invece, sceglie di consegnarle nientemeno che a Moira Orfei.
P.S.: le deputate Vladimir Luxuria e Titti de Simone di Rifondazione Comunista si sono dette contrarie a che il Dalai Lama sia invitato a parlare a Montecitorio, perché non è bene che un capo spirituale prenda la parola in una sede istituzionale. A parte il fatto che qualche anno fa un tale Giovanni Paolo II, di mestiere papa, pare abbia tenuto un discorso applauditissimo davanti alle camere riunite, si dà il caso che il Dalai Lama sia anche un capo politico. Ma forse de Simone e Luxuria lo ignorano. Ignoranti.