m.jpegLa scorsa settimana ho conosciuto uno degli eroi della mia infanzia-adolescenza, quando pensavo che il mondo non era poi così brutto come lo si dipingeva, che bastavano un po’ di buoni sentimenti, qualche parola gentile, la musica adatta e una compagnia divertente e solidale per poter sopravvivere bene e guardare al futuro con fiducia. Non che lui rappresentasse veramente tutto questo, ma ha avuto un ruolo fondamentale (non era l’unico ad averlo) nel mio immaginario già inesorabilmente (de)formato dalla musica. Suonava l’organo Hammond divinamente, mescolava jazz, soul, blues, rock, come molti avrebbero fatto in seguito, nello stesso periodo in cui Miles Davis incideva In A Silent Way e Bitches Brew e i LifeTime di Tony Williams facevano esperimenti jazz-rock. Ma loro erano in America, dove tutto era sogno, mentre lui era qui in Europa, a Londra, dove tutto era concreto, pratico, a portata di mano, senza sovrastrutture immaginifiche. Andavi nei club e trovavi gli Yardbirds che scambiavano i chitarristi con gli altri gruppi come le figurine e allora Jimmy Page duettava con Eric Clapton e Jeff Beck, i Blues Breakers di John Mayall ci facevano scoprire la musica del Delta, Paul McCartney sedeva ad un tavolino e Mick Jagger improvvisava Love In Vain, ma alla tastiera c’era lui. Oggi che sta sfiorando i settant’anni, la sua “zampata” sull’Hammond è rimasta quella di sempre. Porta in giro un repertorio, mi ha detto, che dura circa tre ore, basato soprattutto sui vecchi pezzi degli Oblivion Express, perché glieli chiedono e non può fare a meno di accontentare il pubblico. Ha un po’ di pancia (e chi non ce l’ha? Giusto Jagger, che ha personal trainer brasiliane e thailandesi taglia 42 che lo massaggiano 24 ore su 24), ma gli occhi  sottili e lo sguardo guizzante sono quelli di quarant’anni fa. Gentile, disponibile, ha voluto fare tutta l’intervista in italiano. E mi ha reso letteralmente felice quando ha attaccato il tema bluesy di Bumpin’ On Sunset di Wes Montgomery. Grazie Brian Auger.