Archive for novembre, 2007


trippa1.jpgÈ immediata, improvvisa, sorprendente, ti coglie a tradimento e dopo pochi secondi ti lascia solo un ricordo del suo passaggio, una traccia nella memoria, ma nemmeno troppo evidente, tanto che nel giro di qualche ora anche quella sarà spazzata via dalla brezza della quotidianità. Ti fa pensare, però: quella esatta combinazione di parole, lette e sentite, immagini, suoni, riflessioni, è impossibile che si formuli più di una volta nella vita, è troppo complessa da replicare, le variabili sono infinite, come per un pittore astrattista o informale pensare di dipingere una copia esatta di un suo quadro o per un improvvisatore, che suona con gomiti e avambracci dentro e fuori dal pianoforte, di schiacciare esattamente gli stessi tasti o pizzicare le medesime corde in due repliche uguali dello stesso concerto. Allora com’è che succede? Cosa frulla nella mente per ottenere quell’effetto? Memorie oniriche? Proiezioni mentali di ritorno? Un curioso gioco di specchi che fa rimbalzare l’immagine più volte tanto da non distinguere più l’originale dal riflesso? Poteri chiaroveggenti? Cortocircuiti neuronali? Telefono all’elettricista, al vetraio o allo strizza? Deja vu, li chiamano. Ai meno fortunati càpitano spesso, a me una volta ogni due o tre anni, l’ultimo stamattina mentre lavoravo, cuffia in testa, mi ha lasciato per qualche secondo senza parole. In diretta.

facingyou.gifSabato pomeriggio, da poco ha smesso di piovere a Milano, ma il cielo è ancora grigio. L’ora e il tempo ideale per non andare per negozi dato che saranno affollati, caldissimi, con le commesse in tshirt e io col golf di lana. Ma si da il caso che voglia comprare proprio un golf, forse due se li trovo di mio gusto e allora faccio quel che non dovrei fare: esco. Primo negozio: il modello che cerco c’è, ma è di cachemire e costa 110 €. Lo lascio lì, anche perché penso che l’ovino a cui hanno tolto il pelame non sarà stato ricompensato adeguatamente. Chiedo al commesso in tshirt se ce ne sono di più economici, gli indico il modello e mi dice: là in fondo, dopo la scala mobile sulla destra. Ci vado, ce ne sono, ma di un altro tipo che probabilmente piacevano al commesso, ma non a me. Cambio negozio: temperatura equatoriale, le palme finte trasudano lattice di gomma, cercare golf di lana mi fa quasi stare male, ma ormai sono qui e procedo. Eccoli, come piacciono a me, del colore che mi va, anche il prezzo non è da infarto, ma la taglia…dalla 48 in su. E le altre misure? Esaurite. Ma siamo solo a novembre. Devo aspettare i saldi di gennaio per trovare la mia taglia? Arriveranno. Quando? Chi lo sa. Lo sapevo che dovevo starmene a casa. Esco dal negozio con le palle giratissime e mi fiondo nel negozio di libri e dischi accanto: sopra o sotto? Mi devo sfogare in qualche modo e subito, non posso aspettare, ho bisogno di una terapia d’urto non l’omeopatia, quindi reparto dischi. Mano a mano che passo gli scaffali annoto almeno una decina di dischi che dovrei assolutamente comprare e anche un paio di dvd, ma mi tengo a bada, a fatica, ma ce la faccio. Ecco, reparto punk, non ci passo mai, ma il richiamo di Gogol Bordello si fa sentire. È un po’ di giorni che mi risuona in testa Start Wearing Purple, dalla colonna sonora di Tutto è Illuminato. L’estate scorsa l’ho visto dal vivo e, a parte i pogatori che avevo intorno, mi sono divertito. Sono in dubbio tra Supertaranta e Gipsy Punk. Vabbe’ vada per Supertaranta che è più recente (ma non ne sono convintissimo). Rimando l’acquisto di tutto il resto ad altro momento, ma sulla strada della cassa mi piazzano le offerte di Keith Jarrett. Offerte si fa per dire, perché i dischi ECM sono sempre carissimi e quasi mai scontati, ma Facing You è un disco per cui provo molta nostalgia: primo disco di Jarrett per l’etichetta tedesca, primo disco di Jarrett che abbia mai sentito, piano solo, un suono già caratteristico, “piccolo” rispetto alle dinamiche digitali di oggi, ma ci si riabitua in fretta. Esco dal negozio, mi immagino Gogol Bordello e Jarrett nello stesso sacchetto che si guardano in cagnesco, mentre è buio e ha ripreso a piovere. Naturalmente arrivo a casa fradicio, ma la vasca piena d’acqua calda e sullo stereo Lalene e Starbright e In Front e Semblence e tutti quei pezzi pubblicati quando avevo solo dieci anni …certi ricordi sono più caldi del cachemire….

ridere.jpgUna delle cose più fastidiose che ci possa capitare è perdere tempo a cercare cose che non ci sono più. Mentre scavi ti prende l’ansia della delusione, che si alterna alla speranza di essere sulle tracce giuste, ma poi le perdi di nuovo e ti arrabbi e dici: ma com’è possibile, era qui, me lo ricordo benissimo e quanto tempo ci ho passato ed era divertente e non vedevo l’ora di trascorrerci altre ore, ma dov’è finito? E scavi, e cerchi, e frughi e ricordi, e frughi, e cerchi, e scavi, e ti sembra quello, e non è lui, e gli assomiglia, e sì è proprio lui, ma no, non è lui, o per lo meno non è come prima, è cambiato, non ti fa lo stesso effetto. E allora ti chiedi: sono io o è lui? Lui è uguale e io sono cambiato o viceversa? Eppure io sono lo stesso, più o meno, pressappoco mi diverto con le stesse cose, non ho cambiato troppe opinioni, bene o male mi piacciono ancora Totò, Mel Brooks, Peter Sellers, Walter Chiari, Paolo Panelli e Bice Valori, Tognazzi e Vianello, Cochi e Renato, Aldo Giovanni & Giacomo, reggo ancora Bisio e Paolo Rossi, abbastanza la Littizzetto, ogni tanto sopporto anche Dario Fo, ma a piccole dosi. Ma allora perché non mi fa più ridere Daniele Luttazzi? E perché registro le puntate di Decameron? Mi sbellicavo quando faceva il medico a Magazine 3, il professor Fontecedro e il giornalista Panfilo Maria Lippi con la Gialappa’s erano personaggi impagabili, Sesso con Luttazzi e Adenoidi erano spettacoli fantastici, quando parlava di cose schifosissime tornavo bambino. Ma allora cos’è successo? Le cause vinte contro Previti e Berlusconi gli hanno fatto male? Lo hanno traumatizzato nonostante il successo ottenuto? L’umorismo e la satira sono cose serie, ma chi si prende troppo sul serio alla fine non diverte più.

dalai.jpgIl Dalai Lama può essere simpatico o meno, ci può anche lasciare indifferenti, ma si tratta pur sempre di un Premio Nobel per la pace, un capo spirituale per i buddisti, un leader politico in esilio. Merita il rispetto che si tributa a chiunque nella sua posizione. Il Dalai Lama viene in “tour” in Italia. Non è la prima volta e in passato è stato ricevuto dalle autorità con onori e ossequi, com’è giusto. Stavolta no. il Comune di Milano gli sbatte la porta in faccia. Perché? Per non irritare la Cina, che ha un conto aperto col Dalai Lama, perché va in giro a parlare male del regime di Pechino. Chiunque lo farebbe se gli avessero invaso il paese e l’avessero costretto alla fuga e all’esilio. In realtà, il Dalai Lama non va in giro con cartelli e striscioni con su scritto Abbasso la Cina, ma solo la sua presenza è ingombrante, in quanto fuggitivo dal 1959 dal Tibet dove rischiava la vita, visto che molti suoi compagni di convento, monaci pure loro, sono stati massacrati dalle guardie di Mao. Ma perché non vogliamo irritare la Cina? Da quando andiamo a braccetto con i cinesi? Ma non sono quelli che taroccano i prodotti, vendono giocattoli che fanno male ai bambini, cuociono anche i bambini e se li mangiano, provocano rivolte in via Paolo Sarpi e quindi sono da cacciare senza troppi complimenti, secondo i nostri amministratori, magari ad Arese, nell’area lasciata libera dalla ex Alfa Romeo ormai dismessa? Certo che sono loro, gli stessi, uguali, precisi. Ma chi gridava alla cacciata dei musi gialli, non aveva fatto i conti con un paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti, circa mille volte quelli di Milano. Quando la nostra sindachessa è andata in missione a Pechino, ha parlato di via Paolo Sarpi addirittura col ministro degli esteri cinese, interessatissimo alla cosa. A quel punto si è capito che non si poteva fare dei cinesi di Milano un pacchetto da spedire dove si voleva e fare di via Paolo Sarpi un’isola pedonale senza chiedere il permesso a Pechino, alla faccia di chi strilla “Padroni a casa nostra!!”. C’è anche un altro problema: Milano vuole ospitare l’Expo 2015 ed è in lizza con Smirne. Tra i votanti che dovranno decidere, ci sono anche i cinesi. Far loro un torto significherebbe perdere un voto “pesante” come quello di Pechino. Perciò, il Dalai Lama, sarà anche un premio Nobel per la pace, ma per l’Expo 2015, pace e diritti umani possono anche andare a farsi friggere, tanto c’è Cologno Monzese, paesone alle porte di Milano, che gli assegnerà la cittadinanza onoraria e gli consegnerà le chiavi della cittadina. Si accontenti di quelle. Milano, invece, sceglie di consegnarle nientemeno che a Moira Orfei.
P.S.: le deputate Vladimir Luxuria e Titti de Simone di Rifondazione Comunista si sono dette contrarie a che il Dalai Lama sia invitato a parlare a Montecitorio, perché non è bene che un capo spirituale prenda la parola in una sede istituzionale. A parte il fatto che qualche anno fa un tale Giovanni Paolo II, di mestiere papa, pare abbia tenuto un discorso applauditissimo davanti alle camere riunite, si dà il caso che il Dalai Lama sia anche un capo politico. Ma forse de Simone e Luxuria lo ignorano. Ignoranti.

preserv.jpgLo Stato lascia liberi i cittadini di fare del proprio corpo ciò che vogliono, consentendo la prostituzione. Poi promulga leggi che non lasciano libero il cittadino di fare ciò che vuole dei propri fluidi corporei. La prostituzione produce reddito, ma lo Stato fa finta di non saperlo. Se ne accorge solo quando questo reddito viene sottratto tutto o in parte da persone terze, estranee a chi si prostituisce (proprietari di case, appartamenti, alberghi dove avviene il meretricio, papponi, sfruttatori, delinquenti eccetera), configurando così il reato di sfruttanmento della prostituzione. Di fatto, il reddito di chi si prostituisce è inesistente o, meglio, esiste, ma non può essere speso e/o investito, perché, altrimenti, se ne accorge l’Agenzia delle Entrate, il braccio armato del Ministero delle Finanze. Una sentenza della Corte di Cassazione definisce il denaro percepito dalla prostituta come «forma di risarcimento del danno» che, vendendo se stessa, la donna subisce alla sua dignità. Come tale non può essere tassato. Già, ma quando la prostituzione è volontaria e senza alcun obbligo da parte di terzi, la “lesa dignità” sembra tanto una forzatura, ma lo Stato non vuole essere “pappone”, perciò manda l’Agenzia delle Entrate a fare il lavoro sporco. Ed è così che una prostituta, dopo una ventina d’anni di “onorata” carriera, decide di investire il gruzzolo risparmiato in macchine e appartamenti, che vengono dati in affitto e che producono, evidentemente, un reddito. Reddito intercettato dal fisco che ne chiede ragione. Sembrerebbe logico che chiedesse informazioni sull’entità degli affitti riscossi. E invece no: il fisco vuole conoscere l’entità delle entrate della prostituta (entrate economiche, maiali!) quando esercitava la professione. Non potendo giustificare il reddito con pezze d’appoggio, gli agenti hanno calcolato un reddito presunto, che ha portato ad una valutazione di quasi 70000 euro di evasione fiscale. La donna, ex prostituta, ha vinto in primo grado, ma ha perso l’appello. La bella si gioca in Cassazione. Gli ultras della curva Vigevanese sono già mobilitati. A Smirne, Turchia, paese civilissimo, esiste un quartiere dove si esercita la prostituzione in negozi con tanto di registratore di cassa, ragazze praticamente in vetrina. Si paga lo scontrino per entrare nel negozio e vedere le ragazze, parlare con loro e poi si paga una seconda volta per la prestazione. Smirne è candidata assieme a Milano per ospitare l’Expo 2015. Da noi una cosa del genere nemmeno si immagina, eppure qualcosa bisognerà pur studiare per intrattenere i milioni di persone che verranno in città per l’esposizione universale. Mica avranno solo voglia di girare per giardinetti, musei e teatri. Nel megaprogetto Rho-Pero non sarà prevista una struttura per questo genere di intrattenimento?

01.jpgÈ uno di quei giorni che ti prende la malinconia, recitava il poeta. In realtà stamattina, appena sveglio non pioveva, non era grigio, era buio, blu notte, più o meno come il nuovo template che piace tanto a tutti. Sapevo già della notizia più buffa del giorno, ormai di ieri, ma nemmeno quella mi metteva di buon umore. Non più di tanto, insomma: sto pensando anch’io di chiedere i danni morali ai Savoia per le tre guerre d’Indipendenza e le due guerre mondiali che hanno, in un modo o nell’altro, dichiarato o avallato e rifilateci nei libri di scuola con tutte quelle battaglie e relative date da imparare a memoria. Ma pazienza, è acqua passata, è marcia e speriamo che se la bevano. Dicevo: poi, appena fu la luce, illuminò un paesaggio nebbioso, umido, grigiastro, di quelli che ti si appiccicano addosso e ti porti in giro tutto il giorno. È uno di quei giorni che…diceva sempre il poeta, ma non aveva fatto i conti con Paz Vega e Swarovsky. Ora, chi sia Swarovsky è noto ai più, praticamente l’inventore del cristallo di Boemia. Chi sia Paz Vega è noto soprattutto al pubblico maschile: basta guardare una sua foto e non c’è bisogno di aggiungere altro, la parole diventano superflue e rischiano di rovinare il clima. Vengo a sapere che la Vega, per scattare delle foto, si è vestita di seimila (6000) cristalli Swarovsky. Chissenefrega, direte voi, avesse risparmiato sui cristalli si sarebbe visto di più! Io, invece, che di mestiere mi complico la vita, mi sono messo nei panni di chi glieli ha appiccicati addosso. Dicono che ci siano volute 14 ore. E chissà quanta colla! Questo tapino ha passato 14 ore praticamente addosso a Paz Vega per appiccicarle uno per uno seimila cristalli di Boemia. È proprio vero che c’è sempre chi sta peggio. Mi chiedo, in vista delle riforme del welfare prossime venture: può rientrare nel novero dei lavori usuranti del corpo, della mente, dell’amor proprio, un’occupazione del genere?