Cappa è un giornalista, è il protagonista del mio romanzo Silenziosa(mente). Queste sono alcune delle esperienze vissute durante la sua carriera, avventure e disavventure, appunti e disappunti.
Una rockstar lo è sempre. Probabilmente, da quando nasce c’è qualcosa, un istinto, un impulso, un enzima nel sangue, una confluenza astrale che lo farà sentire di più e di-verso, più forte e più fragile. Non avevo avuto spesso a che fare con le rockstar frequentando soprattutto l’ambiente del jazz. Non che mancassero vanitosi anche in quel giro, ma su piani e a livelli diversi. È raro che un sassofonista mostri i bicipiti o il petto villoso o che un pianista lanci la camicia sudata in platea per ricevere in cambio un reggiseno odoroso o peggio; più spesso i jazzisti suonano concentratissimi fingendo di non accorgersi del pubblico, chiusi nella loro stanzetta mentale o persi nel personale universo sonoro e accolgono con sorpresa l’applauso dopo un assolo ben riuscito o gigioneggiano con virtuosismi stucchevoli al limite del circense; se dirigono un’orchestra o una big band si agitano come un Furtwängler in delirio che tenti di restare in equilibrio su una scialuppa tra i marosi. Tolti i casi patologici, i nevrotici, i paranoici, i detentori di ego grossi come cinghiali, in fondo sono dei bravi ragazzi che si divertono a recitare la parte del divo quando la noia del tour li divora. Le rockstar curano molto di più i dettagli: ogni gesto, ogni sguardo, ogni occhiata, l’acconciatura, il trucco, l’eleganza o la finta sciatteria, hanno uno scopo, lanciano un segnale che viene più o meno recepito. Le rockstar si sentono potenti e valutano con accuratezza se avere buoni rapporti con la stampa o mostrarsi antipatici e volgari in modo da innescare polemiche sui giornali e avere una lunga copertura di stampa. Non avevo grande esperienza di rockstar, quindi, ma nemmeno mi sentivo in qualche modo in soggezione solo perché vendevano cento volte più dischi della maggior parte dei musicisti che mi capitava di incontrare di solito. Semplicemente, mi avevano chiesto di fare l’intervista e io avevo accettato. Una volta di fronte al famoso cantante, accompagnato dagli altri musicisti coi quali si era recentemente riconciliato, ebbi l’impressione di assistere ad una grottesca messinscena: lui che tentava di rispondere alla maggior parte delle domande in quanto frontman, gli altri che lo interrompevano per dire la loro e lui che sbuffava e alzava gli occhi al cielo. Un bello spettacolo, non c’è che dire. Chissà quanto dureranno prima che volino ancora gli stracci tra di loro, pensavo. Poi la scena si illuminò all’improvviso su un piccolo dettaglio: i miei capelli. Parlando delle rispettive età, si scopriva che la rockstar ed io eravamo coetanei, con la differenza che io non avevo necessità di dimostrare dieci anni meno, anche se mi veniva naturale, lui sì. L’intervista proseguiva su altri argomenti con gli altri componenti la band, mentre il tarlo lavorava a fondo alla testa e al fegato la rockstar, tanto da farlo sbottare proditoriamente congelando la conversazione con un: “Ma tu ti tingi i capelli per averli così neri?” No, rispondevo, la quantità e il colore sono durevoli di famiglia. “E vaffanculo non te lo dice nessuno?” di nuovo la stizzita rockstar, costretta a fare ricorso abbondante e frequente a tinture scure per non perdere sex appeal di fronte a schiere di fan odoranti. Ci lasciammo cordialmente, si fa per dire.
Mi alzai da quell’intervista camminando ad un palmo da terra. Essere invidiato da un invidiato mi aveva reso orgoglioso di me stesso per una mezz’ora, almeno. Non di più. Ultimamente ho rivisto qualche foto della rockstar con lunghi fili bianchi che decoravano le tempie. Aveva finito l’inchiostro? O recuperato la ragione?



